I Fani di Toscanella

PALAZZO FANI A VITERBO

di  Mauro Loreti
studioso e storico di Tuscania e della Tuscia

 

I Fani di Toscanella
Imprenditori, Cavalieri del Giglio e con lo ius patronato della cappella della presentazione, con la   tavola di Gerolamo Siciolante nella chiesa del Riposo

Sebastiano Fani figlio di Gabriele costruì il palazzo della famiglia (domum magnam) nel 1525. Gestiva molti terreni e vigneti per 520 salme equivalenti ad ettari 916 ed era anche commerciante di panni di lana, proprietario di molini, allevatore di suini ed ovini.  Fu  per quindici anni Consigliere comunale di Toscanella.  Negli anni 1521 – 1533 costruì la cappella nella chiesa della Madonna del Riposo. Francesco Giannotti scrisse :” Messer Bastiano Fani il vecchio, Cittadino de li principali, in pochissimi anni, posposto ogni altro affare e datosi all’agricoltura et bestiame, lasciò facultà (averi) , quando morse (morì) nell’anno 1549 , per più di cento e tante milia scudi.” Il primo agosto 1546 il papa Paolo III°  istituì l’ordine dei Cavalieri del Giglio , con lo scopo di difendere la provincia del Patrimonio della Chiesa , considerata come l’antemurale di Roma, dalle incursioni dei maomettani.  

Scrisse il papa :” Bolla della confermazione e  dell’istituzione  dei signori Cavalieri del Giglio del Santissimo nostro Signore; desiderando che la nostra Provincia del patrimonio di San Pietro in Tuscia, la quale, tra le altre Province della stessa Romana Chiesa, è la più vicina alla nostra Roma,  è ricca di famose ad antiche città e luoghi , e dalla quale molte nobili ed antiche famiglie e la nostra casa Farnese trassero origine, per la sua sicurezza, per proteggere i suoi confini dal mare mediterraneo, per non far mancare la difesa dalle incursioni e dagli altri pericoli , tanto più affinché tale difesa debba essere curata e come contrafforte della stessa città e per l’incolumità, si provvederà adonorarla  proporzionalmente con un Collegio di Soldati simile a quelli delle Marche e della Romagna.

Premessi tutti gli argomenti prontamente discussi ed utilmente considerati,  istituiamo un Collegio di 50 soldati che sarà chiamato del Giglio, con sede nel Palazzo della Curia della nostra città di Viterbo, capoluogo della Provincia. Vogliamo che l’insegna del Collegio dei  Militi del Giglio sia l’immagine della gloriosa vergine Maria della Quercia da una parte e dall’altra un grande Giglio di colore celeste locato in campo aureo.”  Tra i  Militi ci furono Giovanni Celsi di Nepi cittadino romano,  Lorenzo di Domenico Primi laico viterbese, Battista Cerbelli nepesino, Cesare di Angelo Catalani nepesino,  Sebastiano Fani di Toscanella, Paolo Vittorio Fani di Toscanella suo figlio, Ascanio di Giovanni Paolo Filippi di Toscanella, Natalino Ortenzi nepesino, Flaminio Catalani nepesino, Alessandro Catalani nepesino, Ascanio Catalani nepesino, Scipione Vipereschi di Corneto, Giovanni Battista Felici di Campagnano,  Lelio di Ceri di Anguillara, Michele Zefiri di Lugnano,  Prospero figlio di Stefano Canzachi di Amelia, Gerolamo Carduini di Todi. Altri erano di Genova, Roma, Firenze, Urbino, Fossano, Modena, Bologna e Borgo San Sepolcro.   Nel 1556 il papa Paolo IV inserì tra i Cavalieri del Giglio altri nobili di Savona, Como,  Monreale, Avignone, Roma, Firenze, Vercelli e Perugia.

Nella chiesa di santa Maria del Riposo in Tuscania la parasta  scanalata , addossata al pilastro sinistro su cui poggia l’arco trionfale della navata centrale,  ha il capitello decorato alla base ed agli angoli da foglie di acanto ed al centro da uno stemma a testa di cavallo, sormontato da una testa di putto alato, da cui partono le volute laterali. E’ il blasone, credo, dell’ordine militare dei Cavalieri del Giglio. Diviso orizzontalmente da tre fasce centrali, che sono il simbolo del cingolo cavalleresco, con la cintura che, fasciando i reni, reggeva la spada del cavaliere, presenta nel campo superiore una corona con tre gigli sormontata da una stella ad otto punte, la stella polare che guida verso il Redentore mentre nel campo inferiore vi è  una falce di luna montante, che significa l’auspicio dell’accrescimento delle fortune della Compagnia. Anche   Paolo Vittorio, figlio di Sebastiano,  fu commerciante e nel 1551 acquistò le tenute di Poggio Martino di rubbi 260 ( ettari 480) e di Castel Ghezzo di rubbi 120 (ettari  221) pagandole mille scudi . Fu  Consigliere comunale dopo il padre  per molti  anni. Ingrandì anche il palazzo in contrada San Biagio. Nel 1574 presenziò alla stipula del contratto notarile in riferimento ai lavori per la facciata del Riposo. Le loro attività economiche erano sempre più vaste: acquistavano terreni, vendevano il grano, gli agnelli ed altri animali, acquistavano botti e vendevano vino bianco e rosso. Anche Girolamo, fratello di Paolo Vittorio, acquistò terreni, pozzi per il grano e aziende agricole.  Aveva immobili in via del Rivellino, nell’attuale via Oberdan ed in via della Rocca. I Fani effettuarono commerci del grano e degli ovini verso la città di Roma e le altre città della Tuscia e del senese. Caricavano  tutti i giorni i carri ,tirati dai buoi, per portare  i cereali e le altre merci sulle barche alla marina della Castellaccia dove c’era il porto delle Murelle o al porto di Corneto. Vendevano il grano anche alla Comunità di Toscanella. Girolamo aveva il libro degli Istrumenti ,relativo alle vendite dei cereali e dei prestiti, con tutte le cifre delle quantità che i contraenti si impegnavano a restituire per il prestito ricevuto per poter seminare a Poggio Martino.

I contratti furono stipulati con i  tuscanesi o con alcuni  forestieri  della Toscana, della Tuscia e dell’Umbria che abitavano a Toscanella.  Girolamo praticamente controllava le semine e le produzioni dei cereali di tanti agricoltori. Un altro fratello ,Mario , nel 1540 fu rapito dai pirati saraceni durante un carico di cereali e fu portato a Tunisi. Dopo molto tempo un missionario  cristiano lo riscattò con diverse monete d’oro. Nel 1570 egli vendette i suoi beni al fratello Girolamo, residente nel palazzo “appresso la Dogana”, anch’egli consigliere comunale.  Insieme ai fratelli si introdusse  negli ambienti romani  ed ebbe contatti con il cardinale Michele Bonelli, nipote del papa Pio V Antonio Ghislieri .  Effettuò il commercio dei cereali  ed altre attività economiche ed imprenditoriali. Il nipote di Mario,  figlio di Flaminia sorella di sua moglie Olimpia Astalli, era Camillo Borghese che divenne cardinale nel 1596 e papa  nel 1605 con il nome di Paolo V. Nella facciata di San Pietro in Roma c’è la seguente iscrizione nella trabeazione :  IN HONOREM PRINCIPIS APOST. PAULUS V BURGHESIUS ROMANUS PONT. MAX. AN. MDCXII PONT. VII. Nel  1587 in un documento di Tuscania Mario viene nominato come “magnificus dominus” e , quindi, pur stando prevalentemente a Roma, aveva continui contatti con Toscanella. Ascanio, figlio di Paolo Vittorio, fece dipingere la cappella della Presentazione al tempio della vergine Maria con scene della nascita e della vita della Madonna. Fu  commissionata anche la tela del pittore Gerolamo Siciolante da Sermoneta, allievo e seguace di Perin del Vaga.  Arianna Marullo scrisse : “ L’impianto scenico della tavola è costituito da un’architettura classica di un grigio luminoso su cui risaltano le figure che animano la composizione ed i colori brillanti delle loro vesti …

Il linguaggio figurativo di Gerolamo è caratterizzato da colori cangianti e luminosi, da un disegno incisivo ed analitico che costruisce compositi ma turgidi volumi, ordinati con equilibrio all’interno delle composizioni. Il tentativo di una conciliazione tra raffaellismo e michelangiolismo si esprime in Siciolante nella ricerca di una norma , di un’oggettivazione delle due preziose eredità culturali in formule e canoni.”  Fulvio Ricci aggiunse  che ci furono “ interventi di restauro probabilmente più dannosi del danno stesso che hanno fortemente menomato la tavola, resecandola su tutti i quattro lati e falsandone totalmente il sistema delle proporzioni: una cospicua porzione è stata asportata sul lato sinistro, amputando il braccio sinistro dell’ignudo: molto più grave il taglio sul lato destro che ha rimosso circa un terzo dell’intera tavola, eliminando la figura di Anna, canonico pendant di Gioacchino posto a sinistra ai piedi della scalinata, e di altri eventuali astanti che equilibravano la composizione sulla figura del chiasmo (incrocio delle due linee come nella lettera X che nell’alfabeto greco si pronuncia chi,  n.d.r), ormai completamente  compromessa. Individuare il momento del radicale e, almeno a quanto è dato osservare, eccessivamente disinvolto restauro, è decisamente difficile, probabilmente l’intervento deve essere avvenuto intorno alla metà dell’ottocento.  … Sono riferibili ai modi del maestro sia l’ambientazione scenica classicheggiante che le figure dell’astante col manto rosso e del suo vicino barbuto avvolto in un pallio candido, alla destra del sacerdote, della donna col bambino, cui una improbabile folata di vento rigonfia il manto, e dell’ignudo seduto in primo piano, mirabile nella pregevole resa anatomica, nelle forme, nelle proporzioni e nel gioco dei muscoli che guidano la leggera torsione del busto; palesi sono i debiti verso l’insegnamento michelangiolesco; questi è estraneo all’episodio e riveste il ruolo di narratore che indica agli spettatori l’evento rappresentato.”

La cappella della Presentazione è poi coperta da una volta a crociera con i peducci di nenfro, la caratteristica pietra vulcanica di Tuscania. Il ciclo pittorico si riferisce alla nascita ed alla vita della Madonna. Nella parete di sinistra c’è  san Gioacchino  mandato via dal tempio ed il sacerdote, con il libro sacro, che lo condanna per la sua sterilità.  Una consuetudine ebraica riteneva le coppie sterili ignominiose perché non benedette da Dio e quindi indegne di sacrificare nel tempio. L’anziano Gioacchino che non aveva avuto figli, si era recato per portare un agnello e ne venne scacciato da un sacerdote.   L’angelo apparve ad Anna e le annunciò che presto avrebbe avuto un bambino ed anche Gioacchino ,che era andato in montagna,  sognò un angelo che lo confortò dicendogli che Dio aveva ascoltato le sue preghiere e che doveva tornare a casa dalla moglie. Quindi si incontrarono alla porta aurea di Gerusalemme : tutti questi avvenimenti sono qui dipinti.  Nella parete destra è affrescata la nascita di Maria con il gruppo delle donne con la neonata , il padre e la madre sant’Anna nel letto a baldacchino. Vi è anche lo sposalizio della Vergine con san Giuseppe. Nell’altare è dipinto Cristo in pietà con vivaci colori ; con l’ostentatio vulnerum veniva rappresentata l’apparizione di Cristo ferito eppure risorto. Nella parete sinistra vi è anche lo stemma del figlio di Paolo Vittorio,  Ascanio, committente degli affreschi, e della moglie Artemisia Chigi che aveva sposato nel 1584.  Questa  era  figlia di Bernardino che nel 1551 fu capitano di cavalleria dello stato pontificio sotto il papato di Giulio III °  nella guerra vittoriosa contro Orazio Farnese   presso  Mirandola, durante la guerra di Parma.  A sinistra c’è l’arma dei Fani   con la colonna ed il giglio, usato in ricordo della nomina di suo padre e di suo nonno a Cavalieri del giglio, e a destra quello dei Chigi di Viterbo: nel campo superiore la croce greca , quadrata con quattro bracci di uguale misura, che è il simbolo universale del cristiano  ed in quello inferiore le bande diagonali gialle e blu che sono i colori della bandiera di Viterbo : infatti Bernardino fu priore della comunità viterbese dal 1578 al 1592. Nel palazzo Fani in Tuscania si ammirano gli affreschi della sala nobile con gli stemmi delle famiglie che ebbero rapporti con loro:  i Farnese con i sei gigli, i Bonelli con le bande d’oro, di rosso , d’argento e d’azzurro e due buoi  , di cui Michele fu cardinale dal 1566 al 1598,  il cardinale Giovanfrancesco De Gambara ,  vescovo di Toscanella e Viterbo dal 1566 al 1576 con il granchio e l’aquila bicipite,  il cardinale Carlo Montigli che fu vescovo dal 1576 al 1594 con le due bande blu e bianca, i Patrizi in quanto  Solderio era il  marito di Laura, figlia di Mario, ed il loro figlio Costanzo  fu il tesoriere  della camera apostolica nel papato di Paolo V dal 1605 al 1621,  con le bande argentee e nere,  i Lante perché  Marcello  fu cardinale dal 1606 al 1652 ed era fratello di Antonia, madre di Vittoria della Riccia moglie di Fabio Fani figlio di Mario,  con tre aquile bianche. Nella parte sinistra di quest’ultimo stemma ,prima del terremoto del 1971, sopra quello dei Lante vi era quello dei Borghese con l’aquila nera ed il drago sonante, come descritto  dal professore Piero Lanzetta  nei suoi appunti sugli stemmi delle famiglie e dei palazzi  di Toscanella.

 

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Le Famiglie Ciotti

 

di  Mauro Loreti
studioso e storico di Tuscania e della Tuscia

 

Le Famiglie Ciotti

NELLA CITTA’ DI TOSCANELLA  ( OGGI TUSCANIA )
Il capostipite fu Angelo  Ciotti che, nel 1450 , era consigliere comunale quando fu assunto il medico Francesco da Venezia.
Nel 1479 e nel 1496  Lorenzo di Angelo  fu un assessore comunale ed allevava dei buoi : il suo socio  era Fabrizio Pasquali.
Nel 1491 Giovanni da Toscanella era il padre guardiano del convento di San Francesco a Viterbo con otto frati e nel 1496 fu guardiano Francesco suo parente.
Nel  1497  Secondiano di Angelo rettore dell’Arte dei lavoratori,  nel 1504  assessore e nel 1514 gonfaloniere.  Abitava nella sua casa nella contrada Montascide.   Nel 1506 fece costruire un altare ,con il portale in nenfro riccamente lavorato,  nella chiesa di Santa Maria della Rosa , dedicato a San Rocco, come attesta un’epigrafe. Nel 1511 fu incaricato di uccidere due lupi.  Nel 1512 fu uno dei 12 statutari che ebbero l’incarico di preparare il bussolo con i nomi dei cittadini degni di essere estratti per le cariche comunali. Sua figlia Giulia sposò Antonio Giannotti di Francesco.  Coltivava dei terreni al Capecchio , ai Prati, vicino al fiume  Maschiolo  e nella contrada delle Carceri.
Nel 1516 Angelo  assessore, aveva  dei terreni al Guadigliolo e dei beni nella strada  della Corsa.
Nel 1521 Raffaele di Secondiano era un dottore in medicina. Aveva anche un’azienda agricole e zootecnica ed acquistò insieme a Taddeo Brugiotti di Vetralla alcuni castrati da Benedetto Caterini di Norcia e da Vanne di Pasquale di Ancarano (Norcia) con atto del notaio ser Sertorio Quarantotti di Norcia. Dagli atti risulta che maestro Raffaele corrispose regolarmente la sua parte di cento ducati.
Nel 1523 mastro Gabriele assessore.
Nel 1525 Artemisia di Angelo sposò Sebastiano Fani.
Nel 1524  Girolamo di Secondiano fu il capitano della fiera,  nel 1528  vendette , come fu annotato nel  bollettino del cancellerie comunale,  sei some, 9 quintali, di grano al Comune  che poi  fu distribuito alle persone povere di Tuscania, nel 1530 e nel 1532 fu gonfaloniere. Sempre nel 153 versò alla comunità  altre 10  some, 30 quintali, di grano. Era un creditore del comune di Montalto di Castro. Fu notaio dal 1527 al 1549. aveva un’apoteca, una bottega,  nella piazza della Comunità  e dei terreni a Pantalla, al Maschiolo, a Selva Castalda , al Capecchio, al Guadigliolo e nella strada della Corsa
Nel 1538 Stefano abitava nella casa di Montascide e nel 1540 aveva dei terreni alla Compara ,  nella valle Cornetta , a Pian di Mola con una grotta ed al Prato lungo, nel 1552 anche  al Podigliolo.
Nel 1548  e nel 1541 Cesare fu Girolamo  risiedeva nella sua casa nella contrada di Montascide e fu  assessore e  procuratore comunale,  nel 1551 vendette al comune tre pezzi di terra, nel 1552  fu podestà commissario,  nel 1554  come oratore comunale portò a Roma il memoriale circa il breve del malefizi, dei lavori nelle bandite, del terratico e  dei privilegi insieme al concittadino Paolo Girolamo Benedetti, nel 1557 egli  ad altri amministratori del comune di Tuscania conclusero il contratto nella vendita delle erbe delle bandite comunali.  Aveva i terreni  nella bandita di Pantalla,  al Paglieto , al Podigliolo, al Piano di Sant’Angelo, al Maschiolo e nella contrada dei Prati. Dal 1560 al 1590 gonfaloniere per dodici  volte. Nel 1552 dei beni nel terziere di Valle, nella contrada Rosano e nella strada della  Corsa. Nel 1562  fu consigliere comunale e sindaco revisore; nel 1565 fu incaricato di mozzare, decidere e terminare tutte le liti , molto costose, e differenze che la Comunità di Toscanella aveva con i Doganieri dei pascoli, nel 1566 andò speso a Roma per sbrigare le pratiche amministrative comunali; nel 1567 era tra i più grandi agricoltori della città;  nel 1540 un terreno posto nella contrada Compara, lungo la via che conduce a Castro Valentani  , un  altro nella Valle Coppella, un altro  ancora nella contrada Pian di Mola con la grotta,dal 1574  al 1579 fu santese al Riposo,   nel 1588 corresse gli statuti comunali con il gonfaloniere Francesco Giannotti, Pietro Maccabei ed il podestà Timoteo Marzi da Monte San Giusto. Francesco Giannotti nella sua storia di Tuscania scrisse che Cesare fu una delle persone degne di fede che vide nelle sepolture della basilica di San Pietro a Tuscania le teste di due re con le corone di ferro dorate in testa. Egli, nel suo terreno nella contrada Castel Iorio,  fra Montebello ed il fosso Paglieto,  trovò alcuni pezzi di stature di marmo. Verso la fine del 1500 fu anche governatore ed amministratore della Dogana Pontificia del bestiame della transumanza appenninica  e fu uno dei migliori cittadini di Toscanella , come molto pratico e valentissimo uomo , diresse le dogane molte e molte decine di anni.  Nel 1569 ricevette in prestito da Girolamo Fani 5 salme di grano, 15 quintali, per la semina che  restituì durante il seguente raccolto estivo. Nel chiostro del convento di Santa Maria del Riposo fece scolpire lo stemma in nenfro del giglio in un peduccio. Un altro in peperino si trova sopra la scalinata esterna del vescovado, già palazzo Donnini , con il giglio ed una mano che stringe un moncherino.  Fu il fabriciere e santese  insieme a Meo Ragazzi quando si costruiva il lato sud del convento di Santa Maria del Riposo.  Nel 1581 prese in affitto fino al 1586 le erbe delle bandite comunali. Morì nel 1591 e lasciò delle eredità anche al convento ed alla chiesa del Riposo dove fu sepolto. Nella lapide tradotta dal latino si legge :” A Dio Ottimo e Massimo, Cesare Ciotti uomo tuscanese di somma pietà, esperienza ed onestà, Vice Doganiere della Dogana del Patrimonio, morì il 12 febbraio dell’anno della salvezza 1591 a 68 anni di età”
Nel 1537  e nel 1543  e 1559 Lorenzo di Secondiano  assessore,  nel  1560 fu il gonfaloniere del popolo di Tuscania.  Terreni  nel 1538  nella contrada Compara  , alle chiuse di Sansecchio, nella valle Cornetta, nella  strada della Corsa, alla Petrella, a San Lazzaro nella via che va a Coryto, a Sant’Angelo , al Prato lungo , alle chiuse di Sansecchio e nella   contrada dei Palmenti
Nel 1566 Angelo di Secondiano era uno dei cittadini più importanti.

NEL CASTELLO DI MARTA
Nel 1450 là viveva Pietro Ciotti. Dal 1555 al 1560 Sforza di Paolo  da Marta fu sindacatore di quel Comune e poi consigliere comunale. Nel mese di agosto del 1558   si disse che un oblatore aveva offerto per la bandita del Piano di Marta 120 scudi di moneta a pagare in terzaria cioè 40 scudi innanzi, 40 a Natale e 40 a maggio . Sforza aggiunse  che anche lui era disponibile  insieme a messer Paolo e la avrebbe voluta libera fino a tutto febbraio dalla strada in giù verso il lago e dalla strada in giù verso Toscanella fino a tutto gennaio. Da metà gennaio in là vi potevano  andare il bestiame vaccino ma non i porci, le capre e le cavalle. Tutti votarono per assegnarla ai messeri Sforza e Paolo.  A gennaio 1559 parlò in riferimento  alla fida del bestiame dei martani  ; espose  poi di essere  disponibile ad accompagnare la duchessa di Castro nel viaggio a Viterbo. In quanto al provvedimento da pigliare sul Predicatore dichiarò  che in tutti i modi doveva essere trovato acciocché i martani si dimostrassero cristiani e non eretici. Nel 1562  era uno dei maggiori proprietari di terreni in quanto aveva acquistato dal Comune di Tuscania la tenuta detta del fiume Arrone che era stata della duchessa Girolama Orsini vedova del duca Pierluigi Farnese. Confinava con la strada che va a San Giuliano e quella per Canino. Fu socio in affari continui con i Fani.  Nel mese di dicembre del 1565  il consiglio comunale della terra di Marta fu d’accordo con messer Sforza nel ricevere degnamente il Principe di Castro.  Nel mese di gennaio 1566 decise con gli altri consiglieri che non si poteva mancare a quanto voleva la Duchessa  Girolama Orsini cioè vino e grano per il convento delle monache nella città di Castro. Nel mese di luglio  dello stesso anno prestò alla Comunità di Marta 16 scudi che gli furono restituiti dopo averli ricevuti dagli orvietani  proprietari di bestiame con il pagamento del grano a loro venduto.

NELLA CITTA’ DI TOSCANELLA
Nel 1567, nei rogiti del notaio Lucantonio Lucantoni  di Toscanella, si legge che il 10 agosto  Francesco di Giovanni Battista  Gonfaloniere del popolo di Toscanella, Crisostomo de Rubeis e Paolo di Cesare assessori, Ottaviano di ser Pietro sindaco generale,   Nicola Maccabei e Meo Ragazzi  concessero, trasferirono ed affidarono a Pietro fu Francesco Maccabei, in rappresentanza di Sforza, il possesso della tenuta e predio dell’ Arrone nel territorio di Tuscania con i confini di San Giuliano e la strada per Canino,  al prezzo di di 2.000 scudi .

NEL CASTELLO DI MARTA
Nel mese di ottobre 1567 messer Sforza non aveva ricevuto una somma prestata e fece sequestrare la terzaria della bandita  martana del Piano. I consiglieri decisero allora di mettere un dazio sopra le cavalle, le pecore, le vacche, i porci, le capre ed i buoi per saldare il conto. Il 21 dicembre 1568 fu data licenza a Sforza di entrare con pecore e capre nella Bandita della Selva.  Il 25 settembre 1569  messer Sforza prese la parola in riferimento al donativo da fare al Principe di Castro con il prendere 500 scudi a censo.  Nel marzo del 1570 dichiarò che era giusto che  la Comunità di Marta per servire il Duca di Castro e Ronciglione, patrono della stessa,  facesse la  sicurtà che era stata richiesta.  52 consiglieri approvarono la sua proposta mettendo i lupini nella bussola bianca del sì. A maggio il priore di Marta Giulio de Caporgna insieme al cancelliere Pietro di ser Ascolano  andarono a Toscanella a parlare a Sforza per vedere se avesse potuto prestare alla Comunità di Marta i denari che dovevano essere dati a Vincenzo Pennone per l’acquisto del grano. Effettuò il prestito ed inoltre vendette loro 25 some, 75 quintali, di grano ed aspettò fino al giorno dell’Assunta, il 15 di agosto, per il pagamento. Nel mese di giugno  1570   Sforza comparve dagli amministratori comunali di Marta ed espose che stava fabbricando il palazzo nuovo contiguo al palazzo del podestà commissario e, siccome nella fabbrica c’era  lo scoperto  sotto la finestra del palazzo, attraverso la quale il podestà ed altra gente avrebbero potuto  vedere tutto quello che  facevano le donne della sua famiglia: la moglie Camilla Simoncelli da Orvieto e le figlie Antonia e Domenica, per ogni onestà  domandò  la grazia alla Comunità di Marta  che la suddetta finestra fosse murata od alzata tanto che non ci si potesse affacciare  nessuno. I consiglieri ,con viva voce, dissero che Sforza fosse compiaciuto ,ed espressero i loro 29  voti favorevoli  con il lupino bianco, all’unanimità.  Il palazzo ha un ampio portale bugnato con l’architrave e la scritta SFORZA CIOTTI 1571. il portale in basaltina presenta tre gigli.  Nella parte interna sulle finestre si legge PIETRO CIOTTI, era il suo bisnonno. Nel mese di settembre fu disponibile a prestare 100 some di grano, 300 quintali, e 20 some di orzo, 60 quintali, alla Comunità di Marta con il patto che gli fossero rese con il seguente raccolto del 1571. Nel mese di ottobre  1570 firmò un contratto delle erbe delle bandite del Piano e di Santa Maria a Marta. Nel 1571 il consiglio comunale di Marta deliberò di acquistare altre 200 some di grano, 600 quintali, e 40, 120 quintali, di orzo da Sforza per la popolazione.   Nel mese di aprile del 1572 fu chiamato dai consiglieri comunali di Marta ad intervenire nella causa e lite sulle lavorazioni dei terreni divisi in terzi nella tenuta di Castell ’ Araldo: il terzo da capo verso Marta, il terzo di mezzo ed il terzo verso Guidozzo. Nei contratti relativi alle tenute agricole Sforza era uno dei soci abituali dei Fani, vi  si legge :” SFORTIA CIOTTUS DE CASTRO MARTHAE”. Probabilmente fu il più importante proprietario terriero del centro lacustre.

NELLA CITTA’ DI TOSCANELLA
Nel 1578 il consiglio comunale di Tuscania vendette la tenuta d Poggio Martino a Sforza ed al suo figlio Cristoforo .  Nel 1588 acquistò anche la tenuta del Formicone. Il 25 novembre 1580 firmò un fidecommesso di famiglia, cioè  una disposizione testamentaria  per cui agli eredi  ed ai loro discendenti per più generazioni impose il vincolo di conservare i beni che, essendo inalienabili, non potevano uscire dalla famiglia. Aveva nella terra di Marta: il palazzo posto nella pubblica piazza confinante con il lago di Bolsena, case, magazzini, stalle, fienili, cantine,  botteghe , un forno, due vigne, la tenuta di Mezzeria,  due prati ed  un canneto .
Girolamo di Sforza  si sposò a Toscanella con Vittoria figlia di Paolo Vittorio Fani e  continuò l’alleanza tra le due ricche famiglie.
Paolo di Girolamo fu  nel 1672 rettore della cattedrale di San Lorenzo a Viterbo.
Giovanni e Sforza di Girolamo furono impegnati come uomini d’ arme.
Nel 1566 Fabrizio di Lorenzo assessore.
Nel  1571 Cristoforo di Sforza da Marta  si era trasferito  a Tuscania dove aveva sposato la tuscanese Vittoria Ciotti con cui ebbe sei figli dal 1572 al 1579. Il 6 ottobre 1573 Alessandro Ciglioni vendette a Cristoforo  un palazzo nella contrada di Poggio, nella strada via Maggiore,  con atto del notaio Pacifico Pacifici. Era stato costruito dai Ciglioni  prima del  1538,  fu di  Cristoforo, Tullio e Filippo ,  nel 1552 di Coriolano, Ciglione e Salvato, vi fu poi una divisione dei beni della famiglia e la casa passò ad Alessandro figlio di Filippo, nel 1573 Alessandro lo vendette a Cristoforo Ciotti e nel 1581 alla di lui morte fu ereditato dalla moglie Vittoria e dai loro figli Benedetta, Ortensio, Tullia, Diana ed Ottavio.  Nel cortile dell’edificio di fondazione rinascimentale c’è una fontanella in nenfro della fine del 1500 o dell’inizio del 1600 con un nicchione , nel cui invaso campeggia il giglio emblema familiare. Nel portale bugnato una mano sinistra stringe un moncherino. Nel 1620 era di Sforza di Girolamo. Nel 1574 Cristoforo assessore. Negli anni 1577 e  1581,  gonfaloniere del popolo. Fu uno dei principali cittadini e si arricchì fino ad avere 100.000 scudi di capitale.  Nel 1578 fu venduta la tenuta comunale di Poggio Martino, della superficie di rubbi 289, ettari 534, perla preziosissima del territorio tuscanese, confinante con i terreni dei Fani , con il fiume Arrone in Toscanella e con  la contrada Fossato Aureo posta nel territorio di Corneto, a Cristoforo Ciotti a nome di suo padre Sforza per 4.000 scudi. Fu necessario vendere quel terreno per pagare la residuale imposizione fiscale dello stato per le spese dell’invasione dei grilli, le temute cavallette. Cristoforo fu cittadino tuscanese, conte palatino e cavaliere dell’ordine di San Paolo. Il 3 gennaio 1581 fece testamento col notaio Alberto Blasi e lasciò 5 soldi al Vescovo tuscanese, a Donna Vittoria sua diletta moglie per il muto amore e dilezione che vicendevolmente tra loro ebbero e per i benemeriti da lei ricevuti : mille scudi, alla sorella Domenica 200 scudi, a quattro ragazze per il loro matrimonio scudi 12 e mezzo l’una, come anche  ai luoghi pii :Società della Misericordia , Santa Maria dell’Olivo, Santa Maria della Quiete e Fabbrica di San Giacomo  a Tuscania,  ai  figli legittimi eredi tutti gli altri  beni.
Il capitano Secondiano di Lorenzo dal   1586  al 1599 gonfaloniere  per sette volte. ; ebbe dei rapporti amministrativi con il cardinale Alessandro Peretti Montalto. Era un cittadino facoltoso con tanto bestiame minuto. Da consigliere comunale partecipò al rientro del convento di Santa Maria del Riposo e nel 1620 era proprietario di un’apoteca nella piazza del comune.
Nel 1593  e nel 1595  Girolamo di Secondiano gonfaloniere, sempre nel 1593 chiese alla Comunità di Toscanella di poter mettere i suoi buoi nella bandita della Riserva a pascolare, visto che era proprietario  di molti beni nella città e nel suo territorio ed aveva seminato molti rubbi di grano. Il consiglio comunale glielo concesse dopo che i giurò che i buoi erano tutti suoi . Abitò sempre a Tuscania, fece il lavoro dell’agricoltura, rimise i grani   e stette ai pesi ed alle gravezze come stavano tutti gli altri cittadini. Nel 1620 era beneficiario della tenuta del Formicone.
Ottavio di Cristoforo nel  1597  e nel 1599 assessore anche  quando fu preso nuovamente possesso del convento e della chiesa di Santa Maria del Riposo. Anche Ortenzio di Cristoforo nel 1599 era consigliere comunale.
Nel 1600 Paolo esercitava ala professione di notaio. Lorenzo era uno dei sacerdoti Canonici fimo all’anno della sua morte nel 1609.
Nel 1620 Sforza di Girolamo abitava nella casa del Poggio.  Sposato con Fulvia Cavetani figlia del famoso Ippolito e di Ponziana e sorella di Don Camillo.  Ebbero due figlie: Camilla del 1620  che prese il nome dello zio sacerdote e che morì a sette anni e Ponziana del 1622 che si chiamò come la nonna materna. Prese in affitto le erbe dei terreni comunali e vescovili insieme ad altri cittadini ed abitanti possessori di pecore.
Nel 1638 Alessandro di Cristoforo sposò Ortenzia Cavetani la quale nell’anno precedente aveva fondato la Cappellania nella cattedrale di San Giacomo maggiore Apostolo. La loro figlia Ortenzia Ciotti sposò nel 1654 Tommaso Fani. Nel 1648 Alessandro con altri amministratori tuscanesi si incaricò di provvedere a trovare i nuovi affittuari delle erbe comunali delle Doganelle, Pian di San Lazzaro, Campo Villano e Pantalla.
Nel 1649 Cristoforo di Ortensio ed il fratello  Alessandro insieme ad Ercole Consalvi erano i Rettori della Bandita della Riserva comunale per le vacche e le cavalle. Nel 1659  ottenne dal Comune di Toscanella la concessione di un po’ del ritorno d’acqua della fontana do San Giacomo. Era il cancelliere vescovile. Dal 1663 al 1666  fu affittuario delle erbe della bandita comunale di Pian di Vico.
Nel 1664, nel 1667 e nel 1691 gli eredi di Alessandro Ciotti : Ortensio e  Paolo Antonio  acquistarono le erbe delle bandite comunali insieme ad Artemisia Mansanti.
Dal 1665  al 1680 don Paolo di Girolamo  fu il Rettore della parrocchia dei Santi Marco e Silvestro. Era inoltre abile in ogni negozio.
Nel 1691 Ortenzio e Paolo Antonio  con altri allevatori padroni di masserie di pecore presero in affitto il pascolo delle erbe d’inverno comunali.
Nel 1681 Ponziana di Sforza cedette ai cugini  Ortenzio e Paolo Antonio   le sue ragioni sopra la  Tenuta di Castel Ghezzo e ricevette in compenso alcuni campi ed insieme una casa sotto la Parrocchia di San Giacomo in Contrada Riuscello con orto contiguo.  Il 12 gennaio 1693 dopo la morte del marito Simone Tomati di Roma,   otto mesi prima di morire, fece testamento: secondo i suoi voleri fu seppellita nella cattedrale di San Giacomo nel sepolcro di casa Cavetani, della sua  mamma Fulvia, dopo la celebrazione del  funerale con il clero secolare e regolare,   con la messa cantata e 40 torce. Al primicerio e vicario Cesare Pocci lasciò un terreno con vigna ed olivi al Riposo ed un altro a Valvidone, affinché fosse eretta una cappella sotto l’invocazione di San Giacomo Apostolo nell’altare Maggiore della cattedrale con lo ius ai cugini Ortenzio e Paolo Antonio . Il cappellano fu nominato dai fratelli di Don Cesare:  Piergiovanni e Francesco Pocci e da Vincenzo e Cecilia Fani figli di Vincenzo. Al capitolo della cattedrale 50 scudi per le celebrazioni delle messe. Al nipote Camillo, figlio di Ippolito Cavetani, 40 scudi, al capitano Giovanni Francesco Giannotti 30 scudi, alle monache  Fani nel monastero di San Paolo 3 rubbia , 6 quintali, di grano per una, scudi 12 all’altare maggiore della chiesa di San Marco  per un parato bianco che doveva essere decorato con lo stemma  Ciotti,  alle monache Ciotti Artemisia e Contessina  in San Domenico a Viterbo 3 rubbia di grano per una come anche alle monache Ciotti  Cecilia e Caterina nel convento di Santa Caterina a Viterbo,   a Vincenzo Fani 30 scudi, a Cecilia Fani vedova Galeotti 30 scudi, a Maria la serva  10 scudi più il letto ed il mobilio  ed il  guardaroba della camera,   a Francesco Antonio Galeotti due paia di vacche che allevava con i Ciotti , 12 scudi alla cappella della  Madonna Santissima del popolo nella chiesa di Sant’Agostino, a Piergiovanni Pocci un quadro in tela a sua capata tra San Guglielmo e Santa Maria Maddalena con la cornice dorata, all’Arciprete Carlo Domenico Cardi una posata completa con cucchiaio, forchetta e coltello d’argento; tutti i rimanenti beni a Ortenzio e Paolo Antonio Ciotti.
Nel 1715 l’ultima erede Ciotti: Eleonora di Alessandro , detta anche Dionora,  trasferì i suoi beni ai pronipoti Paolo Antonio e Tommaso Fani , nipoti di sua sorella Ortensia, con l’obbligo di aggiungere il cognome Ciotti a Fani per cui ancora oggi vivono a Tuscania i nobili Fani-Ciotti.
Nel 1728 si celebravano le messe per l’anima di Biliana di Secondiano nell’altare privilegiato del Santissimo Crocifisso nella cattedrale. Vi era un cappellano della fu Ponziana che nel 1738   celebrava delle messe nella cattedrale di san Giacomo  Apostolo maggiore per l’anima di Ortenzio.
Nel 1802 era ancora in essere la cappellania della fu Ponziana proprietaria di alcuni terreni: 21 rubbi , 38 ettari, di cui 12  rubbi , ettari 21, nella contrada Valvidone e 9  rubbi , ettari 17, a Campo Villano, erano seminativi e pascolari.

DA ALTRE LOCALITA’
Un’altra famiglia Ciotti giunse a Tuscania nel 1600 da Montemonaco (Ascoli Piceno) e si ricorda il maestro Ludovico sposato con Lorenza Ciocchi. Ebbero 8 figli; nel 1631 La moglie morì ed in seguito Ludovico si fece sacerdote. Morì nel 1648 e fu sepolto nella chiesa di Santa Maria Nuova, oggi  di San Giovanni Decollato. Sempre dal Piceno pervennero e vissero a Toscanela il vergaro Giovanni, Angelo, Leonardo e Giuliano con le loro famiglie.
Un’altra ancora arrivò dalla comunità montana di  Sansepolcro , dall’aretino, nella metà del 1700 e si ricorda il caporale Giovanni Battista che morì nel 1811 e fu sepolto nella chiesa di Sant’Agostino.
All’inizio del 1800 risiedevano a Tuscania altri Ciotti ed esercitavano la professione di casenghi.

FONTI E BIBLIOGRAFIA
ASCOT   Archivio storico comunale di Tuscania
GIUSEPPE GIONTELLA   Codice diplomatico tuscanese (secolo XV)
GIUSEPPE GIONTELLA   Codice diplomatico tuscanese  (secolo XVI)
GIUSEPPE CERASA   L’agro tuscaniese e i diritti civici i pascoli
CASIMIRO DA ROMA  Memorie istoriche delle chiese e dei conventi dei Frati Minori della provincia romana
PIERO LANZETTA   Appunti su stemmi, famiglie e palazzi di Toscanella (Tuscania) e dintorni
ASV   Archivio di stato di Viterbo
FRANCESCO GIANNOTTI   Storia di Tuscania scritta nel secolo XVI
VITTORIO ANGELOTTI – FULVIO FANELLI -ENRICO FUCINI   Atti dei verbali consiliari di Marta anni 1565-1572
NORIS ANGELI   Famiglie viterbesi: storia e cronaca; genealogie e stemmi
GIUSEPPE GIONTELLA   Le pergamene dell’archivio capitolare di Tuscania
GIUSEPPE CERASA   Gli acquedotti e le fontane di Tuscania
ASCONO   Archivio storico del Comune di Norcia

 

 

 

 

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