La Chiesa di S. Maria del Riposo

 

di  Mauro Loreti
studioso e storico di Tuscania e della Tuscia

 

La Chiesa di S. Maria del Riposo

Il 23 ottobre 1495 il papa Alessandro Sesto dette la facoltà di costruire il convento e la chiesa, sotto l’invocazione della Madonna, presso la città di Toscanella, all’esterno delle mura castellane,  da affidare all’Ordine di Santa Maria del Monte Carmelo. La tuscanese Costanza Ciglioni  ed il marito Aurelio Mezzopane di Corneto finanziarono la costruzione insieme al comune di Tuscania ed alle altre famiglie nobili come i Toscanelli Dal Pozzo, tuscanesi trasferiti a Firenze, i Pollidori da Orvieto , i Chigi da Siena, le arti agrarie e gli affidati, cioè gli allevatori che pagavano la fida per introdurre il bestiame nei terreni e nei boschi di Toscanella.  Di tutti vi sono gli stemmi. I cavalli berberi correvano allora per il palio di Santa Maria del Riposo di seta celeste. Il frontone della facciata è a capanna e  vi è lo stemma a testa di cavallo dei Mezzopane con le bande , la mezza pagnotta e la scritta:” DOMINUS AURELIUS DE MEDIIS PANIBUS CORNETANUS BENEFACRTOR MAXIMUS MCCCCLXXXXV”.

Nel portale della facciata vi è anche lo stemma della famiglia Medici con i bisanti ( le monete) ed il giglio. L’impianto della chiesa, basilicale a tre navate,  è fiorentino e brunelleschiano. Nello stemma dei carmelitani c’è la montagna stilizzata del Monte Carmelo, che è in Alta Galilea, luogo della loro origine. Vi sono quattro archi per lato tutti in nenfro tuscanese con sfumature violacee e grigie.  Le colonne  con il bianco dell’intonaco dei muri seguono un classico delle chiese rinascimentali toscane. Il tetto è con capriate di legno. Il sottarco sopra  l’altare maggiore è decorato con le rose in rilievo. L’ acquasantiera è  del periodo carmelitano con una vasca che poggia su un piede.  

La famiglia Pollidori commissionò al pittore viterbese Antonio del Massaro detto il Pastura la bella immagine della Madonna col Bambino Gesù . Nell’arcone del transetto si notano in alto  i tre stemmi della Comunità toscanellese, della famiglia Mezzopane e dei carmelitani. Nel 1512  questi lasciarono il  convento.  I Francescani Minori dell’osservanza arrivarono al Riposo nel 1515. Il convento fu  loro concesso  dal papa Leone X, Giovanni dei Medici, che venne a Tuscania tante volte .
Due anni dopo  il maestro Pellegrino Munari da Modena, allievo di Raffaello Sanzio,  ricevette l’incarico dai Consiglieri comunali  di dipingere il polittico nell’ancona lignea con l’Eterno Padre, l’Annunciazione di Maria, l’Arcangelo Gabriele, la Madonna Assunta in cielo, i Santi Martiri protettori Secondiano, Veriano e Marcelliano e la scritta ” EXCIPE THUSCANOS USQUE SPES SOLA VIRORUM”  accogli sempre i tuscanesi, o unica speranza degli uomini, San Francesco d’Assisi che mostra la ferita nel costato, San Giovanni Battista vestito con la pelle di cammello e con la croce di canna con la scritta ”ECCE AGNUS DEIi” ecco l’Agnello di Dio, San Lorenzo, San Bernardino da Siena, Santo Stefano , Sant’Antonio da Padova e  i quadretti della vita della Madonna. Nell’altare degli affidati di Visso e di Norcia c’è un affresco del 1536   dipinto da Scalabrino da Pistoia con Sant’Antonio  abate e San Michele Arcangelo, nel 1621  fecero dipingere  San Carlo Borromeo .
Nel 1522 fu completato il portale dell’entrata in nenfro con lo stemma del Comune di Tuscania e la lunetta in bassorilevo con la Madonna  e Gesù Bambino fra i santi Francesco d’Assisi con il crocifisso ed Antonio da Padova con i gigli ,  opera forse dello scultore toscano Giovanni di Benedetto  da Maiano.  Vi si legge ” IN ME OMNIS GRATIA – TRANSITE AD ME OMNES – 1522” in me è ogni grazia, passate tutti da me. Nel 1534 i francescani fecero costruire il grande coro di legno, in noce intarsiato,  con gli stalli e la seguente  iscrizione” HAEC ANIMO CONCIPITE OMNES. PAUPERTAS EST ODIBILE BONUM.  SANITATIS MATER. CURARUM REMOTIO. SAPIENTIAE REPERTRIX. NEGOCIUM SINE DAMNO. POSSESSIO SINE CALUMNIA. IRRETRACTABILIS SUBSTANTIA. CERTA FORTUNA. SINE SOLLICITUDINE FOELICITAS. ANNO DOMINI MCCCCCXXXIIII”  ricevete tutti questi sentimenti nell’animo.

La povertà è un bene sgradevole. Origine della purezza. Rimozione delle preoccupazioni. Trova la saggezza. Impresa senza danno. Possesso senza raggiro. Bene irrevocabile. Buona sorte sicura. Felicità senza angoscia.  Nell’abside vi è una bifora in nenfro alta dieci metri. Nel 1537  il pittore Giovanni Battista Volponi detto lo Scalabrino da Pistoia dipinse alcune tele: la Deposizione di croce di Gesù, la Natività, l’Adorazione dei Magi. E’  di questo pittore  anche l’affresco con la Natività, Santa Chiara e Santa Elisabetta d’Ungheria.  Nel 1574  i santesi fabricieri Paolo Vittorio Fani e Cesare Ciotti dettero l’incarico al mastro murario Giacomo Negrino da Lugano  di costruire   i tre contrafforti  per consolidare la facciata. Nel 1577 la chiesa fu  restaurata con gli   altri speroni dall’Architetto Giovanni Malanca di Roma che, contemporaneamente,  dirigeva i lavori nella cattedrale di San Giacomo Apostolo il Maggiore.  Anche Meo Ragazzi fu un santese che ebbe cura della chiesa e dei suoi beni. In riferimento alla venerazione dei secoli passati  ammiriamo anche le due tele dell’Adorazione dei pastori con il papa San Gregorio Magno , una Crocifissione con la Vergine e con San Giovanni Battista, Santo Stefano, Santa Margherita e Santa Maria Maddalena  e gli affreschi   rinascimentali con la Madonna in trono col Bambino e l’Eterno benedicente con Maria, il Bambino ed i Santi Giuseppe, Secondiano  e Marcelliano .  In fondo alla navata sinistra vi è la tavola della Presentazione della Vergine al tempio nella cappella della famiglia Fani, dipinta da Gerolamo Siciolante da Sermoneta nel 1575.

Vi sono anche gli affreschi con le storie mariane e la Pietà di Cristo.  Nel 1579 andarono via i Francescani ed arrivarono gli Agostiniani Osservanti della Congregazione genovese di Santa Maria della Consolazione. Nel 1599 vi fu un altro avvicendamento con la partenza degli Agostiniani ed il ritorno dei Francescani che vi rimasero fino al 1875. Nel 1600 uno scultore  realizzò la statua lignea alta un metro e sessanta centimetri  di sant’Antonio Abate.  Nel 1725 il pittore viterbese Domenico Corvi dipinse il quadro col Bambino Gesù che appare a Sant’Antonio da Padova. Dal 1703 al 1728 furono realizzati sei altari barocchi in stucco e nenfro ed una balconata per l’organo nella controfacciata. Nell’altare maggiore vi è una struttura  architettonica imponente con un baldacchino simile a quelli di Gian Lorenzo Bernini  , con due angeli inginocchiati in preghiera ed una grande croce  su un globo .  

Vi sono gli stemmi dei Francescani e della  Comunità di Toscanella. Sempre in quel secolo fu decorata anche la cappella absidale destra per conformare il suo aspetto a quello barocco dell’altare maggiore. Vi è lo stemma del leone rampante con le tre sfere d’oro della famiglia Leonpalla. Nel 1858 vi   fu scritto :”TOTA PULCHRA ES MARIA” .  Vi era anche la statua  della Madonna Immacolata   che ora è in San Giacomo.

 

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Il Piatto delle aste

 

di  Mauro Loreti
studioso e storico di Tuscania e della Tuscia

 

Il Piatto delle aste di Toscanella

Nel 1998 Claudia Piergiovanni scrisse:” La denominazione di uso locale dell’oggetto in questa sede esaminato è “Piatto delle Aste”, mentre la denominazione ufficiale dello stesso è “Sistema della candela vergine”. Il diametro del piatto è di 20 cm. Ed è alto 12 cm.; presenta 18 piccoli fori nei quali erano messe le candele che venivano accese nel momento in cui cominciava l’asta. Il piatto è in ceramica in smalto invetriato con al centro disegnato lo stemma del Comune di Tuscania in differenti colori: blu cobalto, marrone di manganese (il contorno del disegno) , giallo ferraccia e verde ramina: lo stemma riportato è uno scudo con al centro una croce marrone su di uno sfondo bianco (lo stemma del Comune di Tuscania non è qui rispettato, perché in realtà è rappresentato da una croce bianca su di uno sfondo rosso, sormontata da una corona). Lo scudo si trova all’interno di una decorazione a festone con sopra una corona che indica il riconoscimento di Tuscania come “Città”.

L’oggetto, che si suppone possa risalire al XVII secolo, è localmente definito “Piatto delle aste” e rappresenta un pezzo unico per Tuscania. Infatti si tratta di una “Alzatina” (piatto con una base un po’ rialzata). L’oggetto è conservato presso l’Ufficio Cultura del Comune ed è in buono stato di conservazione. Il piatto era utilizzato dall’Amministrazione per “l’Asta Pubblica”, detta anche dei “Pubblici incanti”, consistente in una gara nella quale ciascun concorrente tende a fare, nei limiti delle sue possibilità e del suo interesse, offerte sempre più favorevoli per la pubblica amministrazione. Al termine il contratto è aggiudicato al migliore offerente. Base unica della gara è il prezzo: nei contratti attivi essa si concretizza nell’offerta di prezzi via via maggiori mentre in quelli passivi nell’offerta di prezzi sempre minori. L’asta consta di due momenti: l’avviso d’asta e la celebrazione dell’asta.”

Nel 1999 Luciano Laici aggiunse:”Forse non tutti sanno che all’interno del palazzo comunale è conservata una maiolica del 1600 (a forma di piatto piano) con dipinto al centro lo stemma del comune di Tuscania. Il piatto ha un diametro di 21 centimetri e nel bordo, disposti in maniera circolare ci sono i buchi. Veniva usato e,volendo si potrebbe usare ancora oggi, per fare le aste col sistema della “candela vergine”, sistema regolato dalle leggi statali. Veniva utilizzato per aste riguardanti la vendita del legname ricavato dal taglio delle dodici sezioni (oggi 22) del bosco ceduo comunale “Bosco Riserva” di circa 900 ettari. Ecco come si procedeva all’asta. 

Supponiamo che il prezzo di una sezione del bosco (era tagliata quasi sempre una sezione all’anno) venisse fissato il lire 6 milioni ed il prezzo minimo di offerta in aumento da aggiungere in 100 mila lire: il banditore, che era quasi sempre il messo comunale, accendeva una candelina (che ardeva circa mezzo minuto) o, in mancanza di quella, un fiammifero e ripeteva due volte : “ Sei milioni, sei milioni!”. A quel punto un offerente dichiarava mentre la candela ardeva : “Sei milioni e cento!”. Il messo comunale accendeva un’altra candelina , spegneva la precedente e diceva :”Sei milioni e cento, sei milioni e cento!”. Dopo la duplice enunciazione un altro offerente diceva, mentre ardeva la seconda candelina:”Sei milioni e duecento!”. E così di seguito fino a quando una candelina si spegneva “vergine”, ovvero senza che nessuno dei presenti avesse lanciato un’ulteriore offerta.”

Nella biblioteca comunale di Tuscania c’è una scheda, redatta da Enio Staccini, relativa agli oggetti storici, documentari o di pregio di proprietà comunale , che si riferisce a questa piatto delle aste :”Alzatina in ceramica usata in passato nelle aste pubbliche dette con il “sistema della candela vergine”.
E’ un oggetto in ceramica ad un piano con piede centrale, piccolo bordo superiore e stemma del Comune dipinto al centro; una serie di piccoli fori (18) corrono  attorno allo stemma disegnato nei modi tipici del XVII secolo. I colori dello scudo sono invertiti.

La collocazione attuale è sconosciuta.  Collocazione originaria: in consegna ai messi comunali fino a Luciano Laici; in deposito presso l’ufficio del Sindaco fino a maggio 2001. E’ una ceramica a smalto stannifero (cioè a base di stagno, ossido di piombo, sabbie silicee che danno l’effetto vitreo, un elemento alcalino e vari ossidi metallici per ottenere i colori). Il diametro è cm. 20 .

 

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