Fabrizio Pocci

 

 

di  Mauro Loreti
Accademico, studioso e storico 

Fabrizio Pocci

Nel 1608 Fabrizio di Marco e di Sulpizia Tomassini, acquistò a Toscanella dalla famiglia Arcangeli ed ingrandì il palazzo di fronte alla chiesa di Santa Maria della Rosa nella contrada Montascide del terziere dei Castelli. Era sposato con Euferzia Danzetta e dal 1610 al 1632 nacquero i loro figli: Sulpizia, Benedetta,  Bernardino, Caterina, Pietro Giovanni, Tarquinia, un’altra Tarquinia, Marco che riprese il nome del nonno, una seconda Caterina, un altro Marco, un terzo Marco, Cesare, un quarto Marco, un altro Pietro Giovanni gemello di una terza Caterina, tutti battezzati nella parrocchia dei Santi Marco e Silvestro. Sulpizia studiò nel monastero di San Paolo prima di sposare Sebastiano Mansanti.

Nel lato ovest del chiostro del convento di Santa Maria del Riposo in una lunetta con un episodio del santo assisiate c’è un affresco con lo stemma di famiglia, fatto eseguire da Fabrizio che era molto devoto di San Francesco.
Nel 1624 il Gonfaloniere, gli assessori con il capitano Fabrizio e Marco Antonio Giannotti restaurarono il bagno di San Savino dove sgorgano le acque solfuree tenute in grande pregio come molto efficaci per le cure delle malattie della pelle.  Ucon il marito Giusto Barbacci da Barbarano, capitano delle guardie comunali di Tuscania, ed i loro 14 figli tra i quali Don Antonio che scrisse una bella storia di Toscanella nel 1704.

Nel 1633 Fabrizio fu incaricato con il Dottore Marco Antonio Giannotti a trattare con i concittadini tuscanesi la rinnovazione dell’affitto delle erbe delle pubbliche bandite, con la partecipazione del gonfaloniere e degli assessori. Si addivenne alla ripartizione tra i padroni delle masserie delle  pecore.
Nello stesso anno Beatrice era monaca nel monastero delle clarisse Urbaniste di San Paolo.

Dal 1638  abitò nel palazzo anche Bernardino di Fabrizio con la moglie Lucia Cavetani ed i loro dieci figli. Nel 1639 egli era Gonfaloniere quando si fecero molti lavori di restauro delle mura, delle chiese e dei palazzi. Gli assessori erano Cornelio Ragazzi ed Antonio Troiani, i consiglieri Fabrizio Cavetani, Vincenzo Fani, Cesare Mansanti, Bonsignore Bonsignori, Mario Danzetta , Alessandro Ciotti, Gerolamo Maccabei, Alessandro Ciglioni, Gabriele Bassi, Ercole Consalvi, e Quintilio Contucci, il cancelliere Pacifico Pacifici.

Nel 1641 Fabrizio ,capitano nella prima guerra di Castro del 1641, era il comandante delle guide. Fu riunito ed organizzato l’esercito dello stato pontificio, per ordine del papa Urbano VIII, Maffeo Vincenzo Barberini, con diecimila soldati comandati da Taddeo Barberini prefetto di Roma e capitano generale, e condotto dal mastro di campo Luigi Mattei nella piazza d’armi di Viterbo. Il 15 settembre si fece la prima rassegna generale e la seconda il 26 nella valle di Faul: l’esercito  subito partì per Tuscania e poi si diresse a Montalto per occupare la città di Castro. Dopo sei gironi di assedio con i lanci delle bombe gli abitanti si arresero.

Nel 1644 Bernardino di Fabrizio era consigliere comunale quando si deliberò sulla ripartizione  e sull’applicazione delle bandite di Toscanella: Pantalla, Pian di Mola, Riserva, Comunella, Pian di Vico, Campo Villano, Valle Vidone, San Giusto, San Lazzaro, Petrella, per le vacche, le cavalle, le pecore ed  i bestiami minuti fuorché i porci.

Monsignor Cesare di Bernardino, dottore in legge, fu per molti anni primicerio del capitolo della cattedrale di San Giacomo Apostolo maggiore e vicario generale della diocesi di Tuscania. Fu anche il priore della Società del Gonfalone.
Domenico di Bernardino fu un frate agostiniano con il nome di Fulgenzio, baccelliere e priore del convento di Sant’Agostino in Toscanella. Fece dei notevoli lavori con gli altari barocchi nell’attigua chiesa.

Nel 1660 fu concessa l’acqua comunale a Marco figlio di Fabrizio e nipote del nonno Marco. La utilizzava in un orto vicino alle mura della città nella parte della porta di Montascide: le acque che fuoriuscivano , per la pendenza del terreno, erano di evidentissimo danno alle pubbliche muraglie che dovevano essere riparate continuamente.  Pertanto, il consiglio comunale di Tuscania deliberò ordinando a Marco di fare un canale per dove potesse uscire l’acqua  e che fosse ben lungo in modo tale da non pregiudicare le mura urbane.
Nel 1680 con un  senatoconsulto del comune di Roma Fabrizio ed il fratello Pier Giovanni figli di Bernardino furono insigniti del titolo di Conti. Nel 1683 i Pocci ricevettero nel loro palazzo il cardinale Urbano Sacchetti nuovo vescovo di Toscanella e di  Viterbo.

Dal 1687  il capitano Francesco di Bernardino con la moglie Eleonora Severi di Civitavecchia ed i sette figli. Fu consigliere comunale nel 1701 ; Gonfaloniere nel 1706,  coltivava grano e nel 1709 prese in affitto la tenuta comunale di Pian di Vico di rubbi 419, ettari 774, per sei anni e nel 1715 fu rinnovato il contratto per altri sei anni.  Nel 1722 di nuovo Gonfaloniere quando si parlò della eventualità di concedere l’ospedale di Santa Croce ai padri della congregazione di San Giovanni di Dio  detti Fatebenfratelli di Roma. Nella stessa chiesa la famiglia Pocci aveva ilpatronato dell’altare di San Gaetano da Thiene.

Marco di Fabrizio  fu depositario della Comunità, poi sposò una giovane della famiglia Brenciaglia a Capodimonte . Là morì nel 1699 ed una lapide onorifica fu posta dai nipoti  nella chiesa collegiata  di Santa Maria Assunta,  ricordando la sua mirabile  dolcezza del carattere.
Pier Giovanni di Bernardino  nel 1681 economo e depositario della Comunità di Tuscania,nel 1704 , nel 1707 e nel 1712  fu Gonfaloniere del popolo di Toscanella, poi  consigliere comunale e vice commissario. Coltivava il grano per lo stato ed anche per le tratte destinate al mercato estero.

Nel 1711 i Pocci gestivano un molino  ad olio nella piazza della fontana delle Sette Cannelle. Dal 1715 Fabrizio di Francesco con la moglie Giacinta Primomi di Viterbo e due figli. Nel 1722 era consigliere comunale quando si deliberò sull’affidamento dell’ospedale di Santa Croce ai Fatebenefratelli di Roma .Egli cominciò a costruire  il nuovo palazzo nella contrada di San Luca a Viterbo. Nel palazzo di Tuscania continuavano ad abitare i Barbacci  discendenti di Giusto e di Benedetta Pocci di Fabrizio.

Nel 1730 vissero nel palazzo anche Bernardino Anguillara sposato con Benedetta Barbacci di Giusto  e lì nacque il loro figlio Giacomo e in seguito suo figlio  Bernardino che fu sacerdote. Nella chiesa di Sant’Agostino a Toscanella fu posta una lapide nel 1725 da Francesco di Bernardino con  lo stemma della famiglia, la colonna con il capitello, il crescente e tre spighe di grano a ventaglio, in ricordo di suo fratello Pier Giovanni  morto nel 1724 e di suo figlio Fabrizio   morto nel 1725 .

Dal 1742 Pier Giovanni di Fabrizio, la moglie Cecilia Cristofori ed il primo figlio Fabrizio nato nel 1743. Subito dopo si trasferirono a Viterbo, nella parrocchia di San Luca, dove nacque nel 1744 il secondo figlio Francesco. Abitarono nel loro  bel palazzo settecentesco che poi divenne la sede della biblioteca comunale degli Ardenti e fu distrutto dai bombardamenti della seconda guerra mondiale.
Spesso la famiglia condusse in affitti annuali  una mandra  di 20 rubbi, 37 ettari, nella tenuta comunale di Pantalla e nel 1795 i figli eredi di Francesco ebbero la definitiva assegnazione . Pier Giovanni poi vi costruì un magazzino aziendale, piantò gli olivi ed un vigneto. Nel 1822 avevano dei terreni nelle località Mostarello, Valle Vidone e Polledrara.

Nella città di Viterbo vissero e lavorarono Pier Giovanni di Francesco  del 1765 battezzato nella parrocchia di San Sisto; fu nel 1813 Maire, sindaco, di Viterbo durante l’occupazione francese e nel 1817 soprintendente delle dogane, Mariotto del 1813 e Pier Giovanni del 1856.

Cesare del 1810 di Pier Giovanni e di Olimpia Gualtiero fu un personaggio eminente di Viterbo di cui fu Gonfaloniere del popolo, Capitano della guardia civica, presidente dell’Accademia degli Ardenti, della Cassa di Risparmio, della società per la costruzione del teatro dell’Unione insieme ad un altro tuscanese il conte Tommaso Fani Ciotti, deputato di Viterbo nel 1848 ed amministratore dell’Ospedale.
La famiglia pur dimorando a Viterbo continuò sempre a seguire le  attività economiche e ad avere rapporti con  Tuscania dove nel 1835 faceva coltivare 214 ettari di proprietà e nel 1867 ettari 240. 

L’avvocato  Enrico del 1875   figlio di Pier Giovanni e di Maria Brawhdsyngh di Londra, decise di ritornare a Toscanella nell’antico palazzo di famiglia che fu per lui come una reliquia inestimabile. Dopo essersi sposato con Agnese Colacicchi nel 1908 decise di acquistare un altro  palazzo , già della famiglia del cardinale Ercole Consalvi, situato tra le due chiese di San Marco e di San Giuseppe,  che era stato messo in vendita dal proprietario: il marchese Emilio Carcano. Il conte Enrico fu un grande benefattore di Tuscania e dei suoi abitanti, consigliere provinciale di Roma per il mandamento di Toscanella, poi  consigliere provinciale ed assessore di Viterbo, podestà comunale di Tuscania e fondatore dell’Oratorio di San Luigi per i giovani in un altro suo palazzo.

Fabrizio di Enrico del 1907, ingegnere, tenente di artiglieria e guardia d’onore del Papa, quando giungeva da Roma, dimorava in questo nuovo palazzo con la moglie Alessandra Della Posta ed il loro figlio l’ingegnere Cesare e sua moglie Maria Lodovica Borromeo vi hanno posto la loro residenza.
Il fratello di Fabrizio,   monsignor Filippo,  architetto, vescovo titolare di Gerico e canonico della Basilica Vaticana fu un grande benefattore.  Realizzò la scuola materna  intitolata a suo padre “Enrico Pocci” e la palestra del Sacro Cuore. Fu l’ultimo proprietario del  palazzo di famiglia e con il suo testamento lo donò al “Pontificium Opus S. Pietro Apostolo pro Clero Missionum” presso la Sacra Congregazione per la Propaganda della Fede in Roma, in ricordo dei suoi studi giovanili filosofici e teologici al Pontificio Seminario Romano. Furono poi incaricati i nipoti del vescovo di vendere ,per conto di Propaganda Fide , l’immobile di cui un appartamento fu acquistato da Mario Salta e la parte maggiore dall’artista Alessandro Kokocinski  dove   ora ha la residenza la moglie : l’archeologa Giovanna Velluti.

FONTI E BIBLIOGRAFIA

ASCOT   Archivio storico comunale di Tuscania
ACAT   Archivio capitolare di Tuscania
AVET   Archivio vescovile di Tuscania
GIUSEPPE SIGNORELLI   Viterbo nella Storia della Chiesa 1610-1944
GIUSEPPE CERASA   Gli acquedotti e le fontane di Tuscania
GIUSEPPE CERASA    L’agro tuscaniese e i diritti civici i pascoli
GIUSEPPE GIONTELLA   Cronotassi dei vescovi della diocesi di Tuscania
GIUSEPPE GIONTELLA   Le pergamene dell’archivio capitolare di Tuscania
GIUSEPPE GIONTELLA   Codice diplomatico tuscanese ( XV secolo )
GIUSEPPE GIONTELLA   Codice diplomatico tuscanese ( XVI secolo )
GIUSEPPE GIONTELLA   L’ordine dei minori conventuali di San Francesco a Tuscania
NORIS ANGELI   Famiglie viterbesi: storia e cronaca; genealogie e stemmi
VINCENZO GREMIGNI GILLA   Il conte Enrico Pocci
La famiglia Pocci e Tuscania una storia di solidarietà

 

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Francesco Sabatini da Orvieto

 

di  Mauro Loreti
studioso e storico di Tuscania e della Tuscia

 

Francesco Sabatini da Orvieto

Nella Cattedrale di Tuscania, nella navata sinistra in fondo c’è un grande quadro che raffigura San Giacomo Apostolo Maggiore, dipinto dal pittore orvietano Francesco Sabatini nel 1627 e  commissionato dai Canonici insieme al Vescovo Tiberio Muti che, nel 1622, aveva consacrato l’altare Maggiore e la Cattedrale, al priore e Vicario Tullio Giusti ed al primicerio Egidio Costantini per onorare il santo titolare della chiesa parrocchiale, mettendo in risalto Lui che, dopo l’Ascensione al cielo di Cristo, si distinse come una delle figure più importanti nel collegio degli Apostoli. Egli fu ucciso con la spada e fu il primo di essi  a subire il martirio.

Nella tela  San Giacomo è con lo sguardo verso il Cielo e con il volto  sereno mentre prega Gesù, con il quale aveva vissuto tre anni della sua sequela. E’  rappresentato con il bastone del pellegrino in mano ed il Vangelo sottobraccio, la qual cosa è caratteristica degli Apostoli. Dopo la morte il suo corpo fu portato in Spagna a Santiago di Compostela, città che richiama da allora tanti pellegrini da tutto il mondo.
Il quadro, caravaggesco, presenta toni cromatici molto scuri che, però, si inebriano di luce nel volto del santo e nell’aureola.

 Nel Monastero di Santa Rosa a Viterbo , nel 1453 era stato dipinto un ciclo pittorico della vita della Santa all’interno della chiesa delle Clarisse di San Francesco. Gli affreschi andarono perduti nel 1632,  ma rimangono gli schizzi di Benozzo Gozzoli ed i disegni di Francesco che copiò in miniatura l’opera di Gozzoli prima che fosse distrutta, con incarico del vescovo Tiberio Muti ad perpetuam rei memoriam. L’artista giurò sul Vangelo di eseguire copie fedelissime con le scene e le iscrizioni.

Sono nove disegni acquerellati  a penna e a tempera che si trovano al Museo Civico di Viterbo. Gli episodi della vita della Santa rappresentano Lei che risuscita una parente morta, l’apparizione di Gesù Crocifisso e la sua predicazione, il Vicario dell’imperatore Federico II che ingiunge alla Santa di abbandonare Viterbo, l’Angelo San Gabriele  che le annuncia la morte di Federico II e la Santa ne dà notizia al popolo di Soriano nel Cimino, la Santa che entra in un castello e rende la vista ad una cieca, sostiene la prova del fuoco, viene respinta dal Monastero di Santa Maria e muore,  appare in sogno a papa Alessandro IV  e le sue esequie dinanzi alla chiesa di Santa Maria in Poggio, la traslazione del corpo della Santa nel cimitero Santa Maria a Viterbo.  Vi traspare l’arte piacevole e fiabesca con  le immagini della vita dell’epoca.

FONTI & BIBLIOGRAFIA
ACAT   Archivio capitolare di Tuscania
AVET   Archivio vescovile di Tuscania
MUSEO CIVICO DI VITERBO   Copie del XVII secolo dei perduti affreschi di Benozzo Gozzoli in S. Rosa riprodotti dal pittore orvietano Francesco Sabatini nel 1632
BENEDETTA MONTEVECCHI   Una prima ricognizione sulla pittura a Tuscania tra Seicento e Settecento

 

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