Monsignor Cesare Pocci

 

di  Mauro Loreti
Accademico, studioso e storico 

 

Monsignor Cesare Pocci

Nacque nel 1643 a Toscanella  da Bernardino e da Lucia Cavetani, nobili tuscanesi.  Fece gli studi giuridici e teologici ed ebbe molti incarichi nella cattedrale di San Giacomo Apostolo Maggiore.
Era molto devoto della Madonna del Cerro ed invitava i fedeli a pregarla sempre e  soprattutto nell’ultima domenica del mese di aprile. Il 28 marzo 1683 partì coll’arciprete Benedetto Boldrini per Roma, per complimentare il Cardinale Urbano Sacchetti, eletto nuovo vescovo di Tuscania e Viterbo.
Dal 1684 al 1704 fu primicerio, prima dignità della cattedrale della città,  e vicario generale del vescovo. Nel 1690  ricevette la benedizione apostolica dal papa Alessandro VIII, il veneziano Pietro Vito Ottoboni. Il 27 maggio 1696 egli , come vicario generale del vescovo cardinale Sacchetti , ed i canonici della  cattedrale Antonio Barbacci, Alessandro Brunacci, Erminio Giusti, Francesco Mercorini, Giuseppe Brunacci, Girolamo Fiorentini, e Giovanni Battista Cassioni, genovese,  accedettero  al Reliquiario esistente nella sacrestia, aprirono la capsula con l’anula, dove erano riposti i sacri frammenti del prezioso legno della Santissima Croce nella quale fu affisso il Nostro Salvatore Signore Gesù Cristo e trovarono che erano sette nel piombo con una pagina lì inserita  con questa iscrizione :” DE LIGNU CRUCIS JESU CRISTI”.
Questa capsula si era soliti esporre con altre sacre reliquie nelle solennità maggiori, nell’altare maggiore della cattedrale e là venerate ed adorate. Due frammenti furono allora collocati in una croce d’argento, magnificamente costruita a Roma a spese  di Don Cesare,  e furono portate processionalmente nelle rogazioni e nelle altre funzioni.
Vi scrisse:” Il 27 maggio 1696 due frammenti della salutifera Croce nella quale morì il nostro Salvatore Gesù Cristo ho riposto in questa argentea Croce io Cesare Pocci, Primicerio di questa chiesa tuscanese e Vicario Generale della città di Toscanella e, dopo aver fatto questa reposizione,  chiusi la croce d’argento e col mio sigillo di cera rossa ispanica con sopra amento di colore rosso, adorai con venerazione  la salutifera croce e riposi gli altri  5 frammenti nella capsula con una lettera scritta da San Francesco di Sales, con l’autentica del Generale.
Furono presenti i testimoni tuscanesi Don Valerio De Brutis e Don Ludovico Soldati.
Luzio Latino Duranti cittadino della Terra di Marta, diocesi di Montefiascone,  pubblico notaio e  cancelliere generale della Curia vescovile sottoscrisse l’istrumento.”
Dal 1699 al 1701 don Cesare fu anche vicario capitolare nella sede vacante dopo la morte del suddetto cardinale. Il 3 luglio 1707 firmò il suo testamento davanti a sette testimoni mentre giaceva nel letto, malato, nel palazzo di famiglia, sotto la parrocchia di San Marco e di San Silvestro.
Il palazzo Pocci, con la loggia a tre archi a tutto sesto, è posto tra le chiese di San Marco e di Santa Maria della Rosa, tra via Lunga, via XII settembre e la via della Corsa, oggi via Vincenzo Campanari.  Era originariamente della famiglia Arcangeli di cui si nota lo stemma con sei gigli.
Il notaio pubblico, chiamato per il testamento, era Cristoforo Borsi di Marta, della diocesi di Montefiascone, abitante in Tuscania. Monsignor Cesare donò, tra l’altro, alle chiese di San Giacomo e di Sant’Agostino cinque pianete, un calice con una patera d’argento con la sua arme sotto al piedistallo dello stesso calice, un messale grande ed un messaletto parimente con lo stemma suddetto, tre camici con merletti con i finimenti, tre cotte con merletti ed ogni altro ornamento e paramento da chiesa e da sacrestia.

Fece registrare di desiderare un‘ufficiatura perpetua nella cappella antica della casa e famiglia Pocci, rimodernata ed esistente nella chiesa di Sant’Agostino in Toscanella, con l’altare della natività del Bambino nostro Signore eretto con lo stemma della famiglia Pocci, ed incaricò quindi il chierico Giovan Giuseppe Peruzzi,  in accordo con il Padre Priore e col Capitolo del Convento di Sant’Agostino in Tuscania .

In un articolo di Nicoletta Pietravalle del giornale IL TEMPO del 25 luglio 1983 : “ Argenti romani a Palazzo Venezia”, fu pubblicata una foto del particolare del  prezioso calice   che Cesare Pocci donò al Duomo di Toscanella,  tra gli altri argenti, con lo stemma della famiglia Pocci , con la colonna, la luna crescente e tre spighe di grano con la scritta CAESAR  POCCIUS  I. V. D. (iuris utriusque doctor,  cioè dottore di diritto civile e canonico) PROTH (onotarius) APOSTOLICUS  ECCLESIAE  CATHEDRALIS  S. IACOBI  ET VICARIUS GENERALIS TUSCANENSIS.

I suoi fratelli furono Francesco, capitano,  Piergiovanni, gonfaloniere del popolo e Domenico che prese il nome di Fulgenzio, come padre agostiniano, e fu laureato in teologia e Priore del convento e della chiesa  di Sant’Agostino che abbellì con altari barocchi e tanti bei quadri.
Loro cugino era l’arciprete Antonio Barbacci, autore di un’approfondita relazione della città e della chiesa di Toscanella nel 1704.
Cesare fu sepolto nella cattedrale di Tuscania dove lasciò anche un pastorale e due pianete con lo stemma della sua famiglia ed  il motto SEMPER IDEM.

 

FONTI & BIBLIOGRAFIA
AVET   Archivio vescovile di Tuscania
ACAT   Archivio capitolare di Tuscania
GIUSEPPE GIONTELLA  Le pergamene dell’archivio capitolare di Tuscania
GIUSEPPE GIONTELLA   Cronotassi dei vescovi della diocesi di Tuscania
AFAPOT   Archivio della famiglia Pocci in Tuscania
NICOLETTA PIETRAVALLE   Argenti romani a Palazzo Venezia

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Conte Cesare Pocci

 

di  Mauro Loreti
Accademico, studioso e storico 

 

Cesare Pocci

Nacque nel 1810 da Piergiovanni Pocci e da Olimpia Gualterio, nobile orvietana, si sposò con Artemisia Spreca, di una nobile famiglia viterbese, ed adottarono la giovane Maria Brawnsdlingh di Londra, poi andata in moglie a Piergiovani Pocci, figlio del suo fratello Mariotto, e padre di Enrico. Altri suoi fratelli e sorelle furono Cecilia, Teodora, Carolina, Vittoria, Emilia e Francesco.

Fu socio della Gioventù Cattolica italiana nel Circolo Santa Rosa di Viterbo che era stato fondato da Mario Fani Ciotti.
Dal 1837 al 1848 fu spesso consigliere comunale di Tuscania.
Dal 1841 al 1852 fu Consigliere provinciale di Viterbo.
Negli anni 1843 e 1844 Gonfaloniere del popolo del Comune di Viterbo.
Nel 1846  insieme al Canonico Luigi Ciofi fu incaricato dal Consiglio comunale di Viterbo di ossequiare il nuovo pontefice Pio IX.
Nel 1847 ricoprì l’incarico di Comandante della Guardia civica e fu deputato per le strade ferrate Roma-Siena e Viterbo-Civitavecchia.

Nel 1848 Presidente del Circolo Culturale Viterbese.
Dal 1849 al 1852 Governatore dell’Ospedale Grande degli Infermi di Viterbo.
Fu socio dell’Accademia Filodrammatica Viterbese  ed anche di quella Filarmonica.
Nel 1855 Presidente dell’Accademia degli Ardenti.
Dal 1855 al 1861 Presidente della Cassa di Risparmio di Viterbo. Nel mese di giugno 1855 fu aperta in Viterbo a profitto di tutta la Provincia e Cesare fu il primo Presidente.
Scrisse in un manifesto che lo scopo primario era raccogliere e rendere fruttifero l’obolo che sopravanzava all’industre lavoratore nei giorni che il vigore del corpo l’assisteva, onde gli tornasse opportuno soccorso quando o grave malore lo avesse tolto alla fatica o l’eta più non gli avesse concesso di procacciarsi la vita con la sua operosità.

Cesare era proprietario di terreni a Toscanella  ed in particolare a Campo Villano, Rosa Vecchia, Valle Vidone, Ortaccio, San Lazzaro, Pietrella, Guadigliolo, Selva Castalda, Comunella, Pantacciano, Doganelle, Coste di Capecchio ed una mandra a Pantalla nei quali coltivava e produceva oltre ad olio e vino anche grano duro, grano tenero e favino con sei mezzadri di Tuscania per un totale annuo di  300 quintali.
Con il fratello Mariotto era proprietario anche di beni urbani a Viterbo ed a Toscanella.

Nel 1856 deputato per la realizzazione del Teatro dell’Unione di Viterbo con il conte Tommaso Fani Ciotti. Dette impulso alla Società per il teatro e portò a perfezione il monumento. Nell’atrio  un’epigrafe ne ricorda la sua memoria. Fu inoltre presente in ogni opera che fu intrapresa per il decoro e l’utile della città di Viterbo.

Nel  settembre del 1860 il conte Cesare ricopriva in Viterbo la carica di Gonfaloniere del popolo e, quando le autorità militari e civili viterbesi si allontanarono nell’imminenza dell’arrivo della colonna garibaldina del colonnello Luigi Masi, si insediò nel palazzo provinciale della Delegazione Apostolica come legittimo rappresentante della Provincia e dichiarò agli inviati del Comitato d’insurrezione , Moretti e Giannini, che avrebbe ceduto soltanto alla forza. Quando il garibaldino Ermenegildo Tondi cercava di convincerlo di abbandonare il campo, egli pretese un formale atto di destituzione per consegnargli le chiavi. Durante l’occupazione garibaldina di Viterbo si ritirò a Tuscania nel palazzo di famiglia. Ritornò a Viterbo il 10 ottobre seguente e glorioso e trionfante rioccupò il posto di Gonfaloniere del popolo di Viterbo.

Nel 1862 fu ricomposta la Deputazione araldica di Toscanella per ordine di Sua Santità della quale fecero parte anche Cesare e Mariotto Pocci. Nel 1864 quando morì il cardinale Gaetano Bedini, vescovo della diocesi di Viterbo e Tuscania,  una Commissione compose un’iscrizione che fu collocata nella cattedrale di San Lorenzo di Viterbo e ne fecero parte anche il conte Cesare e Monsignor Giuseppe Di Lorenzo arciprete della Cattedrale di San Giacomo Maggiore Apostolo di Toscanella.

Nel 1871 fu inaugurata la Società per gli interessi cattolici per le preghiere e le opere di carità e fu presieduta dal Conte Cesare. Il 3 febbraio 1872 la Gazzetta di Viterbo in uno dei ritratti dei consiglieri municipali di Viterbo scrisse che il conte Cesare Pocci era un uono che contava circa 60 anni ed era una di quelle personalità distinte, nobile per nascita e per censo indipendente. La natura lo aveva dotato di un bel fisico e di uno spirito elevato e l’educazione non gli lasciò mancare modi di cavaliere ed istruzione. Tenne cariche governative ed amministrative. Fu conservatore e papista. Salì alle cariche municipali e fece parte del partito clericale. Fu molto considerato dai consiglieri comunali.

Morì nel 1876 ed il Canonico Felice Frontini di Viterbo lesse l’elogio funebre con un linguaggio caldo e pose in rilievo le grandi doti dell’uomo, del cittadino e del cristiano. Nella Gazzetta di Viterbo, giornale portavoce del partito liberale contrario  alle idee popolari e cattoliche, ne scrisse comunque il necrologio con lodi meritate.

Nel 1893 Giuseppe Cerasa scrisse che la fama del conte Cesare Pocci risuonava ancora in Viterbo e nella città di Tuscania come quella dell’uomo più eminente per nobiltà di nascita, per signorilità di modi, per bontà rara, per carattere, per virtù eccelse e per opere insigni, rappresentante della più antica nostra illustre nobiltà: famiglia a noi tuscanesi più cara per la sua popolarità e perchè è sempre ricordata della Città nostra.

FONTI E BIBLIOGRAFIA
AFAPOT   Archivio della Famiglia Pocci a Tuscania
LA GAZZETTA DI VITERBO
GIUSEPPE SIGNORELLI   Viterbo nella storia della Chiesa
ASCOT   Archivio Storico del Comune di Tuscania
GIUSEPPE CERASA   Discorso in morte del sedicenne Cesare Pocci
ASVT   Archivio di Stato di Viterbo
NORIS ANGELI   Famiglie viterbesi. Storia e cronaca. Genealogie e stemmi

 

 

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