I Fani di Toscanella

PALAZZO FANI A VITERBO

di  Mauro Loreti
studioso e storico di Tuscania e della Tuscia

 

I Fani di Toscanella
Imprenditori, Cavalieri del Giglio e con lo ius patronato della cappella della presentazione, con la   tavola di Gerolamo Siciolante nella chiesa del Riposo

Sebastiano Fani figlio di Gabriele costruì il palazzo della famiglia (domum magnam) nel 1525. Gestiva molti terreni e vigneti per 520 salme equivalenti ad ettari 916 ed era anche commerciante di panni di lana, proprietario di molini, allevatore di suini ed ovini.  Fu  per quindici anni Consigliere comunale di Toscanella.  Negli anni 1521 – 1533 costruì la cappella nella chiesa della Madonna del Riposo. Francesco Giannotti scrisse :” Messer Bastiano Fani il vecchio, Cittadino de li principali, in pochissimi anni, posposto ogni altro affare e datosi all’agricoltura et bestiame, lasciò facultà (averi) , quando morse (morì) nell’anno 1549 , per più di cento e tante milia scudi.” Il primo agosto 1546 il papa Paolo III°  istituì l’ordine dei Cavalieri del Giglio , con lo scopo di difendere la provincia del Patrimonio della Chiesa , considerata come l’antemurale di Roma, dalle incursioni dei maomettani.  

Scrisse il papa :” Bolla della confermazione e  dell’istituzione  dei signori Cavalieri del Giglio del Santissimo nostro Signore; desiderando che la nostra Provincia del patrimonio di San Pietro in Tuscia, la quale, tra le altre Province della stessa Romana Chiesa, è la più vicina alla nostra Roma,  è ricca di famose ad antiche città e luoghi , e dalla quale molte nobili ed antiche famiglie e la nostra casa Farnese trassero origine, per la sua sicurezza, per proteggere i suoi confini dal mare mediterraneo, per non far mancare la difesa dalle incursioni e dagli altri pericoli , tanto più affinché tale difesa debba essere curata e come contrafforte della stessa città e per l’incolumità, si provvederà adonorarla  proporzionalmente con un Collegio di Soldati simile a quelli delle Marche e della Romagna.

Premessi tutti gli argomenti prontamente discussi ed utilmente considerati,  istituiamo un Collegio di 50 soldati che sarà chiamato del Giglio, con sede nel Palazzo della Curia della nostra città di Viterbo, capoluogo della Provincia. Vogliamo che l’insegna del Collegio dei  Militi del Giglio sia l’immagine della gloriosa vergine Maria della Quercia da una parte e dall’altra un grande Giglio di colore celeste locato in campo aureo.”  Tra i  Militi ci furono Giovanni Celsi di Nepi cittadino romano,  Lorenzo di Domenico Primi laico viterbese, Battista Cerbelli nepesino, Cesare di Angelo Catalani nepesino,  Sebastiano Fani di Toscanella, Paolo Vittorio Fani di Toscanella suo figlio, Ascanio di Giovanni Paolo Filippi di Toscanella, Natalino Ortenzi nepesino, Flaminio Catalani nepesino, Alessandro Catalani nepesino, Ascanio Catalani nepesino, Scipione Vipereschi di Corneto, Giovanni Battista Felici di Campagnano,  Lelio di Ceri di Anguillara, Michele Zefiri di Lugnano,  Prospero figlio di Stefano Canzachi di Amelia, Gerolamo Carduini di Todi. Altri erano di Genova, Roma, Firenze, Urbino, Fossano, Modena, Bologna e Borgo San Sepolcro.   Nel 1556 il papa Paolo IV inserì tra i Cavalieri del Giglio altri nobili di Savona, Como,  Monreale, Avignone, Roma, Firenze, Vercelli e Perugia.

Nella chiesa di santa Maria del Riposo in Tuscania la parasta  scanalata , addossata al pilastro sinistro su cui poggia l’arco trionfale della navata centrale,  ha il capitello decorato alla base ed agli angoli da foglie di acanto ed al centro da uno stemma a testa di cavallo, sormontato da una testa di putto alato, da cui partono le volute laterali. E’ il blasone, credo, dell’ordine militare dei Cavalieri del Giglio. Diviso orizzontalmente da tre fasce centrali, che sono il simbolo del cingolo cavalleresco, con la cintura che, fasciando i reni, reggeva la spada del cavaliere, presenta nel campo superiore una corona con tre gigli sormontata da una stella ad otto punte, la stella polare che guida verso il Redentore mentre nel campo inferiore vi è  una falce di luna montante, che significa l’auspicio dell’accrescimento delle fortune della Compagnia. Anche   Paolo Vittorio, figlio di Sebastiano,  fu commerciante e nel 1551 acquistò le tenute di Poggio Martino di rubbi 260 ( ettari 480) e di Castel Ghezzo di rubbi 120 (ettari  221) pagandole mille scudi . Fu  Consigliere comunale dopo il padre  per molti  anni. Ingrandì anche il palazzo in contrada San Biagio. Nel 1574 presenziò alla stipula del contratto notarile in riferimento ai lavori per la facciata del Riposo. Le loro attività economiche erano sempre più vaste: acquistavano terreni, vendevano il grano, gli agnelli ed altri animali, acquistavano botti e vendevano vino bianco e rosso. Anche Girolamo, fratello di Paolo Vittorio, acquistò terreni, pozzi per il grano e aziende agricole.  Aveva immobili in via del Rivellino, nell’attuale via Oberdan ed in via della Rocca. I Fani effettuarono commerci del grano e degli ovini verso la città di Roma e le altre città della Tuscia e del senese. Caricavano  tutti i giorni i carri ,tirati dai buoi, per portare  i cereali e le altre merci sulle barche alla marina della Castellaccia dove c’era il porto delle Murelle o al porto di Corneto. Vendevano il grano anche alla Comunità di Toscanella. Girolamo aveva il libro degli Istrumenti ,relativo alle vendite dei cereali e dei prestiti, con tutte le cifre delle quantità che i contraenti si impegnavano a restituire per il prestito ricevuto per poter seminare a Poggio Martino.

I contratti furono stipulati con i  tuscanesi o con alcuni  forestieri  della Toscana, della Tuscia e dell’Umbria che abitavano a Toscanella.  Girolamo praticamente controllava le semine e le produzioni dei cereali di tanti agricoltori. Un altro fratello ,Mario , nel 1540 fu rapito dai pirati saraceni durante un carico di cereali e fu portato a Tunisi. Dopo molto tempo un missionario  cristiano lo riscattò con diverse monete d’oro. Nel 1570 egli vendette i suoi beni al fratello Girolamo, residente nel palazzo “appresso la Dogana”, anch’egli consigliere comunale.  Insieme ai fratelli si introdusse  negli ambienti romani  ed ebbe contatti con il cardinale Michele Bonelli, nipote del papa Pio V Antonio Ghislieri .  Effettuò il commercio dei cereali  ed altre attività economiche ed imprenditoriali. Il nipote di Mario,  figlio di Flaminia sorella di sua moglie Olimpia Astalli, era Camillo Borghese che divenne cardinale nel 1596 e papa  nel 1605 con il nome di Paolo V. Nella facciata di San Pietro in Roma c’è la seguente iscrizione nella trabeazione :  IN HONOREM PRINCIPIS APOST. PAULUS V BURGHESIUS ROMANUS PONT. MAX. AN. MDCXII PONT. VII. Nel  1587 in un documento di Tuscania Mario viene nominato come “magnificus dominus” e , quindi, pur stando prevalentemente a Roma, aveva continui contatti con Toscanella. Ascanio, figlio di Paolo Vittorio, fece dipingere la cappella della Presentazione al tempio della vergine Maria con scene della nascita e della vita della Madonna. Fu  commissionata anche la tela del pittore Gerolamo Siciolante da Sermoneta, allievo e seguace di Perin del Vaga.  Arianna Marullo scrisse : “ L’impianto scenico della tavola è costituito da un’architettura classica di un grigio luminoso su cui risaltano le figure che animano la composizione ed i colori brillanti delle loro vesti …

Il linguaggio figurativo di Gerolamo è caratterizzato da colori cangianti e luminosi, da un disegno incisivo ed analitico che costruisce compositi ma turgidi volumi, ordinati con equilibrio all’interno delle composizioni. Il tentativo di una conciliazione tra raffaellismo e michelangiolismo si esprime in Siciolante nella ricerca di una norma , di un’oggettivazione delle due preziose eredità culturali in formule e canoni.”  Fulvio Ricci aggiunse  che ci furono “ interventi di restauro probabilmente più dannosi del danno stesso che hanno fortemente menomato la tavola, resecandola su tutti i quattro lati e falsandone totalmente il sistema delle proporzioni: una cospicua porzione è stata asportata sul lato sinistro, amputando il braccio sinistro dell’ignudo: molto più grave il taglio sul lato destro che ha rimosso circa un terzo dell’intera tavola, eliminando la figura di Anna, canonico pendant di Gioacchino posto a sinistra ai piedi della scalinata, e di altri eventuali astanti che equilibravano la composizione sulla figura del chiasmo (incrocio delle due linee come nella lettera X che nell’alfabeto greco si pronuncia chi,  n.d.r), ormai completamente  compromessa. Individuare il momento del radicale e, almeno a quanto è dato osservare, eccessivamente disinvolto restauro, è decisamente difficile, probabilmente l’intervento deve essere avvenuto intorno alla metà dell’ottocento.  … Sono riferibili ai modi del maestro sia l’ambientazione scenica classicheggiante che le figure dell’astante col manto rosso e del suo vicino barbuto avvolto in un pallio candido, alla destra del sacerdote, della donna col bambino, cui una improbabile folata di vento rigonfia il manto, e dell’ignudo seduto in primo piano, mirabile nella pregevole resa anatomica, nelle forme, nelle proporzioni e nel gioco dei muscoli che guidano la leggera torsione del busto; palesi sono i debiti verso l’insegnamento michelangiolesco; questi è estraneo all’episodio e riveste il ruolo di narratore che indica agli spettatori l’evento rappresentato.”

La cappella della Presentazione è poi coperta da una volta a crociera con i peducci di nenfro, la caratteristica pietra vulcanica di Tuscania. Il ciclo pittorico si riferisce alla nascita ed alla vita della Madonna. Nella parete di sinistra c’è  san Gioacchino  mandato via dal tempio ed il sacerdote, con il libro sacro, che lo condanna per la sua sterilità.  Una consuetudine ebraica riteneva le coppie sterili ignominiose perché non benedette da Dio e quindi indegne di sacrificare nel tempio. L’anziano Gioacchino che non aveva avuto figli, si era recato per portare un agnello e ne venne scacciato da un sacerdote.   L’angelo apparve ad Anna e le annunciò che presto avrebbe avuto un bambino ed anche Gioacchino ,che era andato in montagna,  sognò un angelo che lo confortò dicendogli che Dio aveva ascoltato le sue preghiere e che doveva tornare a casa dalla moglie. Quindi si incontrarono alla porta aurea di Gerusalemme : tutti questi avvenimenti sono qui dipinti.  Nella parete destra è affrescata la nascita di Maria con il gruppo delle donne con la neonata , il padre e la madre sant’Anna nel letto a baldacchino. Vi è anche lo sposalizio della Vergine con san Giuseppe. Nell’altare è dipinto Cristo in pietà con vivaci colori ; con l’ostentatio vulnerum veniva rappresentata l’apparizione di Cristo ferito eppure risorto. Nella parete sinistra vi è anche lo stemma del figlio di Paolo Vittorio,  Ascanio, committente degli affreschi, e della moglie Artemisia Chigi che aveva sposato nel 1584.  Questa  era  figlia di Bernardino che nel 1551 fu capitano di cavalleria dello stato pontificio sotto il papato di Giulio III °  nella guerra vittoriosa contro Orazio Farnese   presso  Mirandola, durante la guerra di Parma.  A sinistra c’è l’arma dei Fani   con la colonna ed il giglio, usato in ricordo della nomina di suo padre e di suo nonno a Cavalieri del giglio, e a destra quello dei Chigi di Viterbo: nel campo superiore la croce greca , quadrata con quattro bracci di uguale misura, che è il simbolo universale del cristiano  ed in quello inferiore le bande diagonali gialle e blu che sono i colori della bandiera di Viterbo : infatti Bernardino fu priore della comunità viterbese dal 1578 al 1592. Nel palazzo Fani in Tuscania si ammirano gli affreschi della sala nobile con gli stemmi delle famiglie che ebbero rapporti con loro:  i Farnese con i sei gigli, i Bonelli con le bande d’oro, di rosso , d’argento e d’azzurro e due buoi  , di cui Michele fu cardinale dal 1566 al 1598,  il cardinale Giovanfrancesco De Gambara ,  vescovo di Toscanella e Viterbo dal 1566 al 1576 con il granchio e l’aquila bicipite,  il cardinale Carlo Montigli che fu vescovo dal 1576 al 1594 con le due bande blu e bianca, i Patrizi in quanto  Solderio era il  marito di Laura, figlia di Mario, ed il loro figlio Costanzo  fu il tesoriere  della camera apostolica nel papato di Paolo V dal 1605 al 1621,  con le bande argentee e nere,  i Lante perché  Marcello  fu cardinale dal 1606 al 1652 ed era fratello di Antonia, madre di Vittoria della Riccia moglie di Fabio Fani figlio di Mario,  con tre aquile bianche. Nella parte sinistra di quest’ultimo stemma ,prima del terremoto del 1971, sopra quello dei Lante vi era quello dei Borghese con l’aquila nera ed il drago sonante, come descritto  dal professore Piero Lanzetta  nei suoi appunti sugli stemmi delle famiglie e dei palazzi  di Toscanella.

 

torna a Arte & Cultura Mauro Loreti

Il Calice della Famiglia Ciotti – Primomi

Madonna del Rosario – Chiesa di Santa Maria della Rosa

 



di Mauro Loreti

studioso e storico di Tuscania

 

il Calice

ESECUZIONE TESTAMENTARIA Di GIOVANNI CIOTTI IN MEMORIA DELLA DEFUNTA CONSORTE FELICE PRIMOMI     

Giovanni Ciotti, nato nel 1605 era figlio di Girolamo e di Vittoria Fani, i nonni paterni erano Sforza Ciotti di Marta e Camilla Simoncelli, nobile di Orvieto, mentre i nonni materni erano Paolo Vittorio Fani di Tuscania, cavaliere del giglio di papa Paolo III Farnese, e Gorlizia di Viterbo, committente con altri nel 1569, della realizzazione di una grande tela della Madonna del Rosario nella chiesa di Santa Maria della Rosa di Tuscania.
Intraprese la carriera militare e giunse al grado di Capitano, sposò Felice Primomi, figlia del nobile Vincenzo di Viterbo e di Fulvia Verreschi. Felice, coniugata in prime nozze con Domenico Cordelli,  rimasta vedova passò a nuove nozze con Giovanni, con il quale nel 1650 ebbe una figlia, Vittoria.

Nel 1656 la moglie Felice morì e Giovanni per dare esecuzione alla volontà della defunta, nel 1657 fece eseguire un calice che donò alla cattedrale di San Giacomo Apostolo Maggiore.
Questo prezioso oggetto liturgico, fondamentale per la celebrazione eucaristica essendo utilizzato per consacrare il vino sotto la specie del Sangue di Cristo, fu realizzato in argento, in parte dorato, con la tecnica della fusione, del tornio e dell’incisione. Ha una base circolare con fascia modanata e profilo movimentato, che sorregge un’altra base a campanula ed il fusto. Con sottocoppa a calotta e coppa dorata.
Sotto la base si evince l’iscrizione: “ La quondam  Signora Felice Primomi de Ciotti ha lasciato che si facci et Il Signor Capitano Giovanni  Ciotti ha essequito”.

Nel calice sono incisi anche
i loro stemmi: quello dei Ciotti con due mani congiunte che stringono un giglio e quello dei Primomi, composto da uno spaccato con tre gigli d’oro ordinati in fascia nel campo superiore e una ruota di sei raggi d’oro nel campo inferiore. L’autore di cui non si conosce il nome fu un artigiano del luogo. Appena un anno dopo la realizzazione di questo sacro e prezioso manufatto, nel 1658 morì anche Giovanni e fu sepolto nella chiesa di Santa Maria del Riposo.

FONTI E BIBLIOGRAFIA
NORIS ANGELI:                        Famiglie viterbesi. Storia e cronaca. Genealogie e stemmi.
PIERO LANZETTA:                   Appunti su stemmi, famiglie e palazzi di Toscanella (Tuscania) e dintorni
ANNA MARIA PEDROCCHI:       Argenti Romani restauro di arredi sacri del Duomo di Tuscania
ACAT:                                    Archivio Capitolare di Tuscania
ASCOT:                                  Archivio Storico del Comune di Tuscania

 

torna a La Tuscia di Mauro Loreti