
di Mauro Loreti
Accademico, studioso e storico
La famiglia dei Fani Ciotti dal 1710,
discendenti delle sorelle Camilla ed Artemisia Simoncelli
VINCENZO FANI 1661-1713
Fu battezzato a Tuscania nell’estate del 1661, figlio di Tommaso Fani e di Ortenzia Ciotti, nella cattedrale di San Giacomo Maggiore Apostolo. Fu Gonfaloniere del popolo di Toscanella e nel 1709 fu reintegrato nella nobiltà viterbese. Il conte Vincenzo era discendente di ARTEMISIA SIMONCELLI , moglie di Girolamo Fani, la quale fu sepolta nel 1591 nella tomba della
cappella di famiglia nella chiesa di Santa Maria del Riposo a Tuscania dove furono posti anche sua madre Ortenzia Ciotti nel 1665 e suo padre Tommaso nel 1670. Egli nel 1710, era stato uno dei deputati nell’amministrazione dell’Ospedale grande degli infermi di Viterbo e della Conservatoria della stessa città. Dopo la sua morte la vedova Maria Paola Monaldeschi della Cervara fu Paolo Pietro, nobile di Orvieto, dichiarò davanti al notaio Carlo Banconi che, nel passato, vi erano stati antichi e stretti legami di parentela delle famiglie Ciotti e Fani e, nel 1710, Paolo Antonio Ciotti , ultimo maschio della famiglia, era deceduto. Pertanto i beni dei Ciotti andarono ai figli di Vincenzo e di Maria Paola: Paolo Antonio e Tommaso Fani. La loro nonna era Ortensia Ciotti e ,da giovane, aveva studiato nel cenobio di Santa Caterina a Viterbo; fu moglie di Tommaso, morì giovane a 27 anni nel 1665 e fu sepolta nella tomba di famiglia di Santa Maria del Riposo a Toscanella. Lei e la sorella Eleonora erano nate a Tuscania, una all’inizio e l’altra alla fine del 1638, erano figlie di Alessandro e di Ortensia Cavetani, un’altra nobile di Toscanella.
L’ultima Ciotti, Eleonora, detta anche Dionora, che da giovane aveva studiato nel monastero di San Domenico a Viterbo insieme alla sorella Agata, trasferì i suoi beni ai pronipoti Paolo Antonio e Tommaso Fani con l’obbligo di dover aggiungere il cognome Ciotti a Fani. Alcuni beni dei Ciotti provenivano dal fidecommesso del 1580, ufficializzato dall’antenato Sforza Ciotti, marito di CAMILLA SIMONCELLI, il quale vincolò i suoi beni ai discendenti per testamento in perpetuum. L’ultima discendente la contessa Eleonora, per star sicura in coscienza, per sua maggiore quiete, in accordo col marito Paolo Emilio Fiumi, con cordiale propensione verso la sua famiglia e per fare cosa grata, risolse di cedere, trasferire, rinunciare e restituire i beni provenienti dal fidecommesso ai pronipoti, in mancanza di altri consanguinei ed affini. Inoltre donò loro anche una casa posta in Viterbo, vicina al loro palazzo di famiglia, che era stata da lei comprata ed acquistata per scudi 1.600 ed in seguito restaurata. D’altra parte però si riservò a suo favore, vita natural durante, tutta quella parte del palazzo dove lei era solita abitare quando stava a Viterbo, con alcuni mobili ed oggetti. Inoltre la contessa continuò a ricevere tutti gli interessi maturati dai suoi beni rinunciati cioè le pigioni ed i frutti dei Luoghi dei Monti, tutte le altre entrate, il ricavato dell’allevamento delle pecore fino a quando andavano alla Montagna con la transumanza appenninica ed il raccolto della semina di 25 rubbi, ettari 46, di grano fatta a sue spese a Tuscania. Da un atto notarile si sa che Eleonora aveva prestato 120 scudi al capitano Giannotti di Toscanella per fare le maggesi, le arature , nel terreno di Poggio Martino in Tuscania e, nel contempo, ricevette gli interessi della somma di 8.000 scudi investiti nei Luoghi dei Monti della Reverenda Camera Apostolica dello Stato Pontificio.
Ogni anno pagava ad Anna Faustina Monaldeschi Ciotti, sua cognata in quanto aveva sposato il fratello Ortensio, 300 scudi per obbligo fatto dall’altro suo fratello Paolo Antonio Ciotti ed un livello annuo di 10 scudi a ciascuna delle sorelle monache in Viterbo: Artemisia con il nome di suor Costanza Vittoria e Contessina con il nome di suor Agata nel monastero di San Domenico e Cecilia, nel monastero di Santa Caterina, con il nome di suor Prudenza Felice. Inoltre i Ciotti avevano due cappellanie laicali e di libero giuspatronato gentilizio nella chiesa dedicata a Santa Marta nella Terra di Marta, dove venivano celebrate tre messe alla settimana da un cappellano nominato dalla famiglia. I due fratelli Paolo Antonio e Tommaso Fani, pertanto, assunsero, ritennero ed aggiunsero al loro cognome quello della casa Ciotti con l’arma e lo stemma. Qualora i Fani non avessero ottemperato a questo dettame i beni sarebbero andati al conte Stefano Galeotti ed ai suoi figli discendenti maschi. Durante la loro minore età pupillare ebbe l’intera e libera amministrazione dei beni la loro madre vedova Maria Paola Monaldeschi della Cervara.
TOMMASO FANI CIOTTI 1712-1775
Il 3 giugno 1775 Tommaso di Vincenzo, nobile tuscanese e viterbese era Gonfaloniere del popolo di Toscanella, il sindaco, e ricordò agli Anziani, gli assessori, ed ai Consiglieri comunali che era ben noto a tutti lo stato in cui si ritrovava la Strada Maestra che conduce a Porta di Montascide; vista la rovina delle case cadute, era ridotta impraticabile e dannosa a tutta la Città, per l’impedimento del traffico e della conduttura che portava l’acqua alla fontana di San Marco, molto utile alla popolazione e che si era dovuta chiudere. La Congregazione del Buon Governo, nel frattempo, aveva permesso che si aggiustasse la strada, senza ritardo, ed i consiglieri comunali deliberarono sia le spese occorrenti come di costringere i confinanti, proprietari dei palazzi adiacenti distrutti, al rimborso delle spese del restauro improntate dal Comune di Tuscania, come prevedeva allora la legge. Tommaso Fani Ciotti possedeva palazzi e terreni a Toscanella, Viterbo e Marta, ereditati dalle due antiche e nobili famiglie. Era sposato con Teresa Calabresi che nel 1778 fu sepolta a Tuscania sempre nella tomba di famiglia. Fu amministratore comunale anche a Viterbo.
TOBIA FANI CIOTTI 1746-1799
il 24 agosto 1775 davanti al Governatore Generale di Viterbo, nel palazzo apostolico, il conte Tobia Fani Ciotti, poco dopo la morte del padre Tommaso che avvenne il 30 luglio 1775, ai sensi sempre del fidecommesso del suo avo Sforza Ciotti del 25 novembre 1580, a forma del testamento della nonna paterna Maria Paola Monaldeschi della Cervara, secondo il testamento di suo padre Tommaso del 5 luglio 1759 e la donazione del 3 giugno 1775 di Don Vincenzo Fani Ciotti, suo fratello abate, nato e battezzato a Toscanella, cappellano e possessore dell’altare della casa Fani Ciotti, già dei Galeotti, dedicato a San Michele Arcangelo nella cattedrale di San Giacomo Maggiore Apostolo a Tuscania, ottenne di iniziare dal palazzo della sua abitazione in Viterbo, in quella stessa mattina e nei giorni successivi 26, 28 e 29, l’inventario dei beni stabili, mobili, semoventi ed altri, insieme ad otto collaboratori.
I BENI A VITERBO
Cominciarono dal palazzo grande posto sotto la parrocchia di San Sisto nella contrada Fontana Grande: 23 stanze comprese le camere da letto, 72 quadri con paesaggi: il Ricco Epulone,il Figliol Prodigo, San Pio V, la Regina d’Ungheria, Gesù alla colonna, la Madonna col Bambino Gesù, i Santi Valentino ed Ilario, la Madonna col Bambino e San Giovanni, l’Arcangelo Raffaele, la
Beata Vergine, l’Imperatore, l’Imperatrice, un’anima dannata, le marine, la Madonna Nunziata, San Francesco di Paola, San Francesco d’Assisi e San Giovanni, una Croce, i fioretti, le battaglie, le campagne, un sacrificio; 5 cassapanche, 26 tavoli, 6 credenze piene di oggetti in ceramica e vetro, asciugamani e tovaglie, 73 sedie, uno specchio, gli inginocchiatoi, una statuetta di San Luigi.
La cucina con il credenzone, 4 tavoli, la carbonaia, la cantina, la salara, la stalla, la stalletta e quant’altro. Questo inventario fu firmato dal perito Giacinto Scacciaricci, dall’estimatore Francesco Manzante, da Domenico Veltri Romanelli, da Giuseppe Franceschini e dal conte Tobia Fani Ciotti.
Da notare che sugli stipiti in peperino delle porte del piano terra, ancora oggi sono scolpite alcune frasi: IN VIIS TUIS RESPICE FINEM nelle tue vie guarda allo scopo; FESTINA LENTE affrettati lentamente , la stessa frase è scolpita anche in greco SPEUDE BRADEOS. Poi NASCENTES MORIMUR FINISQUE AB ORIGINE PENDET nascendo moriamo e la fine dipende dal principio. Altre frasi in latino ed in greco non sono complete.
I BENI A TOSCANELLA
Il 5 di ottobre fu continuato nella città di Tuscania, l’inventario dei beni esistenti nella stessa e nel suo territorio: un palazzo con le sue ragioni e pertinenze, costruito dal suo avo
Sebastiano Fani dal 1525 al 1534 e completato dal figlio Paolo Vittorio , con il piano nobile ed il mezzanino, posto nel terziere di Poggio Fiorentino, confinante con i beni della Reverenda Camera Apostolica per la Dogana Pontificia del bestiame, da un lato, e le strade pubbliche dagli altri lati, sotto la parrocchia di San Giacomo Maggiore Apostolo . All’interno: la fontana, 9 stanze comprese la segreteria e le camere da letto, il loggiato, la galleria, la cucina col camino, 4 credenze con oggetti in rame ed in ceramica, 8 sedie,7 tavoli, 141 quadri raffiguranti Santa Cecilia, San Michele Arcangelo, Tommaso Fani, l’Adorazione dei Re Magi, Venere, San Francesco di Sales, Santa Maria Maddalena, decollazione di San Giovanni Battista, Sant’Ignazio, San Francesco Saverio, Madonna col Bambino Gesù, San Pietro, Santa Maria Maddalena spirante, Santa Margherita, ritratti di donne e di uomini, un cardinale, fiorami, Ciotti Fabrizio, San Vincenzo martire; i magazzini per stoccare i cereali prodotti nelle tenute agricole. Nel salone di rappresentanza si ammira ancora oggi l’alto fregio affrescato nelle quattro pareti con le scene bibliche, i paesaggi, le quattro virtù teologali: la Prudenza, la Giustizia, la Fortezza e la Temperanza, gli stemmi araldici dei cardinali Alessandro Farnese, Giovanni Francesco Gambara , Michele Bonelli, Marcello Lante, del vescovo Carlo Montigli e dei nobili Ascanio Celsi e Solderio e Costanzo Patrizi. Il 26 ottobre fu fatto l’inventario di altri beni stabili: terreni seminativi e pertinenze, ritenuti in affitto da Girolamo Calabresi nel territorio di Toscanella : le tenute la Comunella ,la Ficuna, Poggio Martino, Castel Ghezzo, Campo Gallo, Cavarella,Campo Villano, Madonna di Rusciavecchia, Campo della Fiera, Madonna dell’Olivo, Ponticello, Valle Guidone, San Lazzaro, Terreno delle noci, la Peschiera, il Guado del Sorbo, i Ripari, le Palazzole, la Smurata, il Pozzo Cavaliero, le greppe di San Pietro, le Prata, la Mignattara, la Moletta col molino a grano ed il castagneto, le Monache ed il Maschiolo. In totale più di mille rubbi, cioè 1.850 ettari. Inoltre avevano un giardino presso la Dogana affittato a Francesco Primavera ed un orto presso San Biagio in affitto a Gaetano Purghi , maestro di Cappella. Per quanto riguardava le altre case avevano quella detta il palazzaccio sotto la parrocchia di San Silvestro abitata da Girolamo Calabresi ed altre 21 case con botteghe, fontane, stalle, bettole, negozi, magazzini ed un mattatoio. Sempre al Calabresi era stata affittata in Toscanella una masseria di pecore, capre, vacche, buoi con attrezzi e altri beni allevata nei terreni di proprietà della famiglia . Questo secondo inventario fu firmato da Tobia Fani Ciotti, dallo stimatore Luca Ugolini, dal canonico Giovanni Quirino Rusci e dal capitano Carlo Brunacci.
I BENI A MARTA
Il 27 ottobre si recarono nella Terra di Marta dove era il palazzo posto nella pubblica piazza, costruito nel 1571 dall’antenato Sforza Ciotti, confinante con il lago di Bolsena e col palazzo
comunitativo: vi erano 7 stanze comprese le camere da letto, 10 tavoli, 4 cassapanche, 21 sedie, 92 quadri con: fiori, campagne, fiorami, figure diverse, un ritratto d’uomo ed un Ciotti, 56 carte geografiche, una credenza, la cucina con tre stanzini, un credenzone con oggetti in rame e ceramica, un camino, un quadro con un angelo, 21 quadretti, 2 sedie, 3 quadri di cui uno con San Francesco Saverio, una tavola, la cantina con 8 botti piene di 40 some , cioè 40 quintali, di vino nuovo a mezzo , raccolto nell’ultima vendemmia in comune con Francesca Zoccoli.
Sotto il palazzo altre stanze di servizio. Inoltre in vari punti del paese 13 tra case, un magazzino,stalle, fienili, cantine, botteghe ed un forno. Nel tinello di Borgo San Pietro, presso la chiesa della Confraternita della Misericordia, c’erano due botti con mezzo vino nuovo. Nella campagna due vigne, la tenuta Mezzaria, due prati, un canneto, un magazzino col fienile, una stalla grande ed un’altra cantina. I terreni misuravano rubbi 27 cioè circa 50 ettari.
Questo terzo inventario fu firmato da Tobia Fani Ciotti, da Giuseppe Bradamanti, dal canonico don Ponziano Martellotti e da Giovanni Forhexato Sanini.
LO STATO PONTIFICIO
Nel 1796 Papa Pio VI , il cesenate Giovanni Angelo Braschi, nella stamperia della Reverenda Camera Apostolica, emanò le istruzioni qualora qualche corpo di truppa francese fosse entrato ostilmente dentro lo Stato Pontificio. In quel caso in tutte le città, terre , castelli ed altri luoghi si doveva suonare la campana a martello, ossia ad armi, per porsi in stato di momentanea difesa e prendere le armi agli ordini dei Comandanti. Tutti colloro che furono impiegati nella difesa ricevettero i viveri per tutto il tempo impiegato, ed un premio proporzionato alle circostanze. Per gli inquisiti ed i condannati in contumacia per qualche delitto era prevista la remissione totale, qualora avessero agito utilmente nell’impresa difensiva.
IL PALAZZO EPISCOPALE DI TUSCANIA
Il giorno 8 ottobre ne fu redatta la descrizione; il vicario generale don Francesco Antonio Turriozzi ed il notaio e cancelliere vescovile si portarono al palazzo, per dover poi questo servire alla Truppa pontificia qua spedita, e ne fu fatta la dovuta descrizione come appresso: le sedici stanze furono ritrovate in buono stato ma con diversi vetri rotti o mancanti alle finestre. Vi erano 139 quadri tra i quali quello del filosofo, umanista ed astrologo Marsilio Ficino, 17 statue, 6 tavolini di pietra, tre ringhiere, il giardino, la cappella con l’altare ed il genuflessorio, la cucina e la sala. Don Alberto Persiani osservò nell’appartamento superiore ciò che mancava. Si doveva il tutto ripulire e spurgare.
L’OCCUPAZIONE FRANCESE E LA REPUBBLICA ROMANA
Nel febbraio del 1798 tutto lo Stato Pontificio era stato occupato dalle milizie transalpine e fu istituita la Repubblica Romana con a capo sette
Consoli. Il generale in capo dell’Armata francese Dallemagne, in esecuzione dell’articolo 368 della Costituzione della Repubblica Romana , nominò per comporre la prima autorità costituita il cittadino Ferdinando Magliani come Pretore di Toscanella. Furono chiamati a far parte dei corpi legislativi e giudiziari provinciali alcuni viterbesi e, nel tribunato fu inserito anche Tobia Fani Ciotti , il conte giacobino. Benché egli avesse ereditato amche i beni del fratello Vincenzo, abate, aveva un debito di 192 scudi per l’affitto arretrato di una casa a Roma dei Doria Pamphilj dove era vissuto tra il 1789 ed il 1793; alcuni soldati furono inviati a Tuscania per il recupero del credito: dovette pagare la moglie per lui. Lo scrittore storico Giuseppe Signorelli lo qualificò come „ una lingua maledica ed uno spirito stravagante“. Era stato interdetto dall’esercizio delle pubbliche cariche fino al 1796.
LE TRUPPE FRANCESI
Il 13 febbraio davanti al Commissario di giustizia Pietro Pallini ed agli assessori comunali Domenico Silvestrelli e Vincenzo Campanari ed agli altri consiglieri comunali si parlò dell’ingresso e della venuta delle truppe francesi nello Stato e della contribuzione di generi che veniva domandata, per il loro mantenimento, nel passaggio per Civita Castellana. La Commissione dell’esercito straniero aveva fatto intendere alla città di Viterbo di avere necessità di volere, con la maggior speditezza, alcune contribuzioni in vettovagle, viveri e bestie da trasporto da Viterbo e dai luoghi annessi alla Provincia. Era stato incaricato Pietro Tizioni che chiese alla città di Toscanella rubbia 220 di grano (440 quintali), 45 bestie tra bovi e vaccine col peso di 500 libbre, più di due quintali per ogni bestia, 10 carri ed altri carretti. Pertanto per la provvista e trasmissione del grano in Viterbo fu incaricato Giovanni Francesco Persiani , per i bestiami vaccini Rosato Rosati e Domenico Paoletti, per i carri ed i carretti da trasporto Giovanni Pietro Giannotti. Giuseppe Signorelli scrisse che Pietro Tizioni era un uomo torbido, audace e poco scrupoloso nel disimpegno delle sue funzioni. Fu commissario anche a Tuscania per la requisizione dei viveri e dei foraggi, ma eccedette nel mandato e fu richiamato. Non obbedì e fu arrestato a Canino e di là tradotto nel carcere di Civitavecchia.
LA MUNICIPALITA’ DI TOSCANELLA
Il 26 febbraio in un’altra riunione consiliare di Tuscania si prese conoscenza degli ordini del generale Berthier della Repubblica Francese per cui a Toscanella, essendo costituita come Municipalità, si doveva erigere pubblicamente l’albero della libertà e formare tutti insieme e concordi il Governo provvisorio locale . Tutti gli amministratori precedenti furono nominati „Cittadini“, quindi fu eletto il comitato della Presidenza : Tobia Fani Ciotti, Giovanni Pietro Giannotti e Carlo Antonio Quaglia con il segretario Luigi Danielli, il secondo comitato delle finanze , del commercio e della sussistenza: Luigi Turriozzi, Giovanni Francesco Persiani e Giovanni Cerasa con lo stesso segretario, il terzo comitato della truppa civica e degli alloggi: Giuseppe Turriozzi, Vincenzo Campanari e Luigi Luchetti con il segretario Ferdinando Magliani. L’assessore generale fu Pietro Pallini, lo scritturale e computista Tommaso Caratelli.
L’ALBERO DELLA LIBERTA’
Il 27 febbraio nell’anno primo della Repubblica Romana fu elevato questo albero con maggiore solennità e pompa nella pubblica piazza detta della Colonna. Alle ore 22 il presidente Tobia Fani Ciotti partì dal palazzo della municipalità con tutti gli altri componenti , con buon disposto ordine e con gli emblemi da collocare nei giusti siti dell’albero della Libertà , con i tamburi battenti, i suoni di tromba e di corni di caccia. Sulla piazza era pronta in arme la soldatesca della truppa civica ed una moltitudine di popolo. Fu elevato un albero bello e superbo con il verde alloro e le bandiere tricolorate della Repubblica Romana: bianco, rosso e nero, l’emblema del berretto rosso scarlattato , una scure dentro il legno e le iscrizioni incise delle parole: Libertà, Uguaglianza, Vivere liberi o morte, viva la Repubblica Francese. Furono fatti degli encomi, gli spari dei mortaretti, i triplici Evviva. L’assessore generale Pietro Pallini recitò ad alta voce una bene estesa e sentita allocuzione, furono recitati altri elogi e poetiche composizioni. Tornarono tutti poi nel palazzo municipale dove fu posta un’altra bandiera tricolorata e vi fu una distribuzione di biscotti, ciambelle, pane e vino a chiunque ne voleva. La sera fu fatta l’illuminazione generale in tutta la città che si ripeté anche il 28 febbraio.
IL PREFETTO CONSOLARE E LE ALTRE AUTORITA’ DELLA MUNICIPALITA’ E DEI PAESI DEL CANTONE DI TUSCANIA
IL PRESTITO FORZOSO DEL TRE PER CENTO
Il 24 aprile vi fu il possesso del Prefetto consolare, il tuscanese Giuseppe Vincenti fu Lorenzo, dottore in legge, addottorato all’Università di Macerata. Presero poi possesso le altre autorità: Lorenzo Bassi Presidente, Ferdinando Magliani dottore in legge, Giovanni Francesco Persiani Questore, Giuseppe Turriozzi Edile, Giovanni Battista Miniati Aggiunto. Il 28 aprile presero possesso della carica gli Edili e gli Aggiunti di Canino: Francesco Moriconi Edile e Ignazio Orfini Aggiunto, e di Tessennano : Giovanni Paolo Meconi Edile e Giovanni Paladini Aggiunto. Il 5
maggio Giovanni Battista Ciotti, di un altro ramo della famiglia proveniente da Sansepolcro, caporale della truppa dei soldati di Toscanella, in virtù dell’ordine scritto dal comandante della truppa francese staziante in questa città, dovette levare a forza con i suoi soldati 200 agnelli dei cittadini fratelli Quaglia e Società Pasquali che in quella giornata erano in viaggio per Roma. Il 23 maggio Domenico Matteucci fu Pietro da Montelupone, diocesi di Loreto, notaio pubblico, prese possesso per esercitare l’ufficio di scriba, al quale dai membri della Repubblica Romana era stato eletto e destinato nel laico tribunale della curia pretoriale. Il giorno 8 giugno il presidente della Municipalità di Tuscania Lorenzo Bassi dette l’incarico al cittadino Paolo Antonio Olivieri il quale, partendo con due some di formaggio, più di due quintali, si portò in Corneto, diretto al cittadino Agabito Rivolta, Commissario della sussistenza della Truppa francese di Civitavecchia. Gli Ufficiali ed i ministri delle porte furono invitati a lasciarlo passare liberamente senza recargli alcuna molestia. La Municipalità di Corneto con il presidente Giampietro Falzacappa e con Luigi Lucoli il 9 giugno fece il certificato della quantità di formaggio che fu scaricato.
Il 12 giugno si svolse a Tuscania il consiglio comunale allargato anche agli amministratori di Canino, Tessennano ed Arlena. Furono presenti per Toscanella Giuseppe Vincenti Prefetto consolare, Lorenzo Bassi Presidente, Giuseppe Turriozzi Edile, Giovanni Battista Miniati Aggiunto, per Canino Francesco Moriconi Edile ed Ignazio Orfini Aggiunto, per Tessennano Giovanni Paolo Meconi Edile e non intervenne l’Aggiunto Paladini per incomodo di salute, per Arlena Luigi Pasquali Edile non intervenne attesa la sua infermità. Erano stati invitati dal cittadino Commissario Filippo De Parri, Prefetto consolare del Cimino in Viterbo; si parlò anche sugli stimoli, impulsi e minacce che, di continuo, venivano fatti con lettere e proclami dai Membri della Repubblica di Roma acciocché speditamente si pagasse la tassa del Prestito forzato cioè le contribuzioni dei ruoli della tassa del tre per cento, fissata sopra le case. Tuscania aveva già, per suo conto, pagato una somma non indifferente per il detto prestito: quasi la metà della contribuzione delle case nelle mani del Questore; ogni giorno poi si continuava a ricuotere per corrispondere a quanto veniva richiesto dalle Autorità costituite. Quindi fu detto che se le Comuni di Canino, Tessennano ed Arlena avessero in proposito fatto lo stesso si sarebbe stati quasi prossimi al saldo di tutto. Furono pertanto invitati ad adempiere all’urgenza a scanso di danni che ne potevano avvenire. Risposero i cittadini convocati di Canino che la loro Comune, tassata per il prestito forzoso in scudi 1.800 era stata graziata dal Prefetto Consolare di Viterbo per la metà della suddetta tassa ed avendo pagato scudi 481,85, doveva per il residuo ,a compimento di scudi 900 , scudi 418,15 dei quali si sarebbe procurato con la maggiore sollecitudine d’incassare. Tessennano essendo stato ancora graziato con Arlena di scudi 500 dall’Amministrazione Dipartimentale di Viterbo , avrebbe dovuto pagare solamente scudi 950, dei quali avendone sborsati scudi 340 al Questore del Cantone di Toscanella ne rimaneva da pagare scudi 610 per il saldo del Prestito forzato. Pertanto il Cittadino Edile Giovanni Paolo Meconi fu invitato per la trasmissione di detto residuo. Egli replicò che, essendo stati tassati i Cittadini Cardelli e Caraceni, per somministrare questo prestito, furono questi poi sgravati della tassa e perciò non poteva la Comune di Tessennano corrispondere per tali sgravi e, per la miseria dei cittadini, al saldo della detta tassa, dichiarò quindi di ricorrere nuovamente alla centrale ed alla sua Ammnistrazione dipartimentale per ottenere un altro ribasso e che, intanto, non avrebbe tralasciato d’inviare un altro centinaio di scudi per il prestito suddetto.
L’OPERA DEL VESCOVO DI TUSCANIA E DI VITERBO MUZIO GALLO
Dal 1785 egli, originario di Osimo di Ancona, si trovò a reggere le due diocesi in un periodo pieno di trambusti e di preoccupazioni, anche perché gli occupanti francesi avevano soppresso il 9 luglio 1798 gli Enti religiosi per incamerare i loro conventi ed i loro beni. Pertanto i Francescani Osservanti di Santa Maria del Riposo di Toscanella dovettero trasferirsi dai confratelli a Tarquinia mentre i Francescani Conventuali di San Francesco furono obbligati ad avviarsi dai confratelli di Viterbo.
SITUAZIONE CRITICA E CONFUSA
Il giorno 11 luglio su carta intestata con la scritta „ LIBERTA’, RELIGIONE, UGUAGLIANZA“ dalla Municipalità di Civitavecchia giunse una lettera firmata dal Preside Campanile indirizzata alla Municipalità di Tuscania con la quale faceva presente che stavano per unirsi molte truppe francesi nella sua città ed era di grande necessità fornire letti per gli Ufficiali da porre in alcune abitazioni e, non essendo possibile supplire al bisogno con quelli dei civitavecchiesi, si rivolgeva ai tuscanesi invitandoli a mandare sollecitamemte venti letti. Nel settembre del 1798 regnava sovrana la confusione tra i dirigenti della Repubblica Romana; mancava il cibo e la popolazione faceva il confronto con il precedente governo pontificio, sempre molto attento a far in modo che vi fossero i cereali per sfamare il popolo. I Francesi continuarono ad effettuare soprusi, ruberie e requisizioni.
IL GENERALE FRANCESE KELLERMANN
L’ammiraglio inglese Nelson sconfisse ,in agosto, Napoleone nella baia di Abukir durante la campagna d’Egitto e, successivamente, entrò nel porto di Napoli. Il 24 novembre l’esercito napoletano passò il confine per occupare la Repubblica Romana con il conte Ruggero de Damas, generale francese al servizio del Regno di Napoli. Le loro truppe entrarono a Roma e a Civitacastellana , che precedentemente era stata occupata dal comandante dell’esercito francese Championnet. Il 17 dicembre, durante questi stravolgimenti di fronte, il generale francese Kellermann , a sostegno della Repubblica Romana, con 800 fanti, uno squadrone di cacciatori e due pezzi di artiglieria si ritirò a Vetralla volendo tagliare la strada ai napoletani. Poi si spostò a Toscanella entrando in città dalla contrada del Leone attraverso porta San Leonardo. Quando i francesi arrivarono nella piazza il tuscanese Pietro Caratelli lanciò un sasso contro i cavalieri e colpì un dragone francese nel capo, facendogli cadere l’elmo. Aveva rischiato di far succedere una carneficina e si diede alla fuga. Kellermann, conosciuto l’oltraggio, minacciò gravi conseguenze alla cittadinanza qualora non gli fosse stato consegnato il colpevole che fu preso dai tuscanesi e condotto dal generale il quale ordinò che fosse fucilato entro tre ore. Si salvò poi per l’intervento di un artista girovago che chiese ed ottenne clemenza. Il 18 dicembre i francesi si scontrarono con i napoletani.
LO SPOGLIO DEGLI ARGENTI
Con la presenza dei francesi, nelle popolazioni dello Stato vi fu un enorme impoverimento generale fino alla fame:erano continue le requisizioni militari e le collette obbligatorie. Nell’archivio della cattedrale di Toscanella c’è una memoria degli spogli degli argenti che furono tre nel 1796 , nel 1797 e nel 1798. Nel primo del 1796 fu lasciata intatta la cattedrale mediante il pagamento da parte del canonico Don Bernardino Anguillara di 500 scudi d’argento che si pagarono alla Zecca pontificia per ricomprare i sei candelieri con croce di lamina d’argento ed altre gioie sempre d’argento. Nel secondo spoglio si ebbe ancora questo riguardo dovendo pagare però il recupero relativo. Nel 1798 all’arrivo dei francesi fu fatto il terzo spoglio ed il Commissario francese incaricò proprioTobia Fani Ciotti che, per la chiesa della città di Tuscania, effettuò uno spoglio totale, molto di più di quello che gli era stato ordinato, in quanto avrebbe dovuto lasciare almeno il necessario per il culto divino. I calici e gli altri oggetti sacri furono messi nelle casse e sigillati dal Vicario generale con i sigilli della Cancelleria vescovile di Toscanella e consegnati all’incaricato del Tesoriere della provincia. Gli incaricati del trasporto furono i fratelli Valdambrini e Giuseppe Angelo Arrighi. Sparirono così calici, corone, pissidi, turiboli, navicelle, candelieri, croci, immagini, statue,cartaglorie, paci, paliotti, bacili, bucali, messali, ampolline, secchielli, dispersori e vasi. Furono tutti fusi dai francesi per farne le monete.
IL POPOLO DI TUSCANIA, IL GENERALE FLAVIO CECCARINI E I SOLDATI ARETINI
il 9 marzo 1799 Pietro Paolo Brunacci fu Ignazio accettò la carica di Edile al posto del rinunciatario Giuseppe Turriozzi. Il 18 aprile su carta intestata „Armée d’Italie- Republique francaise- Liberté- Egalité- Armée de la Republique francaise une et indivisible“ Sassernò , il capo della undicesima brigata di battaglia, comandante militare della Piazza di Viterbo, scrisse alla Municipalità di Toscanella di aver ricevuto il loro foglio dal quale aveva osservato le rimostranze circa l’avviso che il Commissario Tizione aveva fatto pervenire. Aggiunse che la sua Centrale si trovava in penuria di viveri per il mantenimento della truppa francese stazionata a Viterbo e di un’altra che si aspettava, per cui era stata obbligata a spedire ancora il suddetto Commissario nei paesi adiacenti per procurarsene . Non dubitava che il Cittadino Tizioni , vedendo la situazione di Tuscania, avrebbe usato quella „dolcefice“ che la circostanza esigeva. Il 21 aprile anche gli Agostiniani del convento di sant’Agostino furono obbligati a lasciare Toscanella e dovettero ritirarsi a Tarquinia dai confratelli di San Marco. Dal mese di aprile 1799 ebbe
un ruolo importante il generale Flavio Ceccarini in tutta la provincia del Patrimonio di San Pietro in Tuscia. Egli raccolse alcuni volontari per difendere la fascia di territorio dal lago di Bolsena al mar Tirreno. Riuscì a mettere in fuga un reparto di cavalleria francese formato da 60 militari nel mese di giugno. Anche i soldati Aretini , chiamati „Evviva Maria“ , vennero in rinforzo con la cavalleria a Tuscania. Il 28 giugno nel palazzo municipale vi fu la seduta di tutte le 40 famiglie che erano state investite delle Mandre della Tenuta comunale di Pantalla, ognuna delle quali era di 20 rubbi, ettari 37.
Le autorità costituite erano rappresentate da Vincenti Prefetto Consolare, Rosati Presidente, Brunacci Edile e Miniati Aggiunto. I Cittadini partecipanti furono: Vincenzo Campanari, Giuseppe Brunacci, il Canonico Don Filippo Pettirossi, Giovanni Francesco Persiani anche come agente di Ercole , cardinale nel 1800, e di Andrea Consalvi e di Francesco Pocci, Giuseppe Turriozzi, Carlo Brunacci, Cristoforo Nodler, Francesco Sarnani, Francesco Eusepi, Lorenzo Bassi, Cesare Dottarelli, Giuseppe Zenti come agente di Silvestro Silvestrelli e dei fratelli Andreani, Filippo Danielli, Giovani Battista Miniati, la vedova Lucenti, Angelo Antonio Persiani, i fratelli Antonio e Carlo Antonio Quaglia anche per la società Domenico Valdambrini e Pasquali, Giuseppe Arrighi per la mandra delle sorelle Pasquali, i fratelli Domenioc e Don Giovanni Paoletti, il canonico Don Francesco Cicoli, Rosato Rosati anche per la sorella Caterina in Vasconi, Giovanni Pietro Giannotti, Ferdinando Magliani, Pietro Paolo Brunacci, il canonico Don Giovanni BattistaTozzi e Tobia Fani Ciotti. Essendo terminata la carne di agnello nel pubblico mattatoio , gestito dai Cittadini possidenti delle masserie di pecore che avevano pascolato le erbe nel territorio di Toscanella, era necessario provvedere il macello di altra carne per il consumo della popolazione. Si decise che i partecipanti delle Mandre di Pantalla avrebbero macellato a conto proprio una vacca per ciascun interessato a provvedere così al bisogno delle carni. Furono stabiliti anche i prezzi delle vaccine e delle vitelle. Il giorno seguente furono intimati quelli che non avevano partecipatoalla seduta: l’Arciprete Don Dottarelli per sé e per gli Eredi di Stefano e Domenico Silvestrelli, il canonico Don Marco Antonio Giannotti, il Primicerio Don Bernardino Anguillara, Veriano Marcelliani, Camillo Marcelliani, gli Eredi Sante e Marzio De Sanctis e Vincenzo Turriozzi, se avessero voluto somministrare una vaccina cadauno.
Tre giorni dopo accettarono la proposta e tutto il popolo fu rifornito della carne. Il 4 agosto Viterbo era nuovamente papalina e Monsignor Giovanni Battista Bussi dal capoluogo ed il comandante Ceccarini da Canino chiesero la biada per la cavalleria, perchè era finita. Inoltre Ceccarini organizzò a Tuscania una leva di 25 uomini volontari, tramite Bernardino Meconi, sotto la responsabilità del governo provinciale pontificio ed ordinò di somministare loro cavalli ed armi ripromettendo di far restituire tutto alla fine della guerra. Il 7 di agosto una colonna di 150 francesi da Ronciglione, via Vetralla, si diresse a Toscanella ma, arrivata nelle vicinanze, fece rapidamente dietrofront a Roccarespampani in quantò trovò tutti i cittadini tuscanesi sul piede di guerra e pronti a riceverli a schioppettate per tutto il loro malgoverno e le loro angherie. Il giorno seguente, 8 agosto, festa dei santi martiri protettori Secondiano, Veriano e Marcelliano, i francesi si avvicinarono nuovamente alle mura: erano attesi da 180 tuscanesi e da 45 aretini tutti armati. Ci fu uno scambio di colpi poi gli scaltri aretini, con un’audace sortita, presero alle spalle i francesi che si dispersero in fuga lungo la strada per Vetralla. La battaglia durò un’ora e mezza e caddero sei francesi. Quando la battaglia era vinta arrivarono altri 130 aretini e i Cavalieri di Ceccarini. Nella Gazzetta Ufficiale di Firenze n. 75 del 24 agosto 1799 fu pubblicato:“ Il restante dell’esercito del comandante generale delle truppe alleate con la cavalleria e la fanteria teneva a bada da giorni il nemico francese e sosteneva la piazza di Tuscania dove il popolo tutto, animato e diretto da quella porzione di soldatesca toscana, là antecedentemente spedita da Viterbo, fece la maggior resistenza e, con una sortita eseguita dalla cavalleria toscana, fu costretto il nemico a ristorarsi a Vetralla.“ Il 14 agosto il nuovo governo provvisorio di Toscanella deliberò di soddisfare le truppe aretine, di stanza nella cittadina per guarnirla, dando loro il soldo. Non essendoci denaro nella cassa del deposito comunale i fratelli Carlo Antonio ed Antonio Quaglia anticiparono mille scudi, ad interesse, al Comune con l’obbligazione. Nel contempo si deliberò di dare ai soldati del capitano Magliani dei pagliericci: ad ogni militare un sacco pieno di paglia per dormire e ci pensarono i Cittadini possidenti. Il 30 agosto i padroni dei forni erano esausti dovendo fornire tanto pane per il consumo delle truppe; soltanto il forno dei fratelli Quaglia in Poggio continuava a fare il pane, ma non era sufficiente per cui fu incaricato Vincenzo Campanari a ricevere i grani dei grandi agricoltori tuscanesi per far preparare il pane. Le quotidiane spese nelle circostanze di guerra avevano estenuato la cassa pubblica.
Nel frattempo Luigi Turriozzi fu incaricato di requisire la biada a consumo delle truppe, Rosato Rosati a requisire il fieno e Giovanni Francesco Eusepi i cavalli. Il 3 settembre i fratelli Quaglia esigettero una scrittura annuale a copertura dei loro crediti: si doveva ancora somministrare le razioni per i soldati che erano in città a difesa della medesima e fu allora di nuovo dato loro incarico, per altri 15 giorni, di sfamare, con il pane, il popolo e la truppa. Il 16 settembre V. Ciccognani , Commissario di guerra nella Divisione Romana, scrisse alla Municipalità di Tuscania di mandare da lui il giovane Agostino Magliani, con il suo certificato di nascita, per potergli dare l’equipaggio di guerra. Un’imponente quantità di opere d’arte italiane: statue, busti, manoscritti preziosi passarono alla Repubblica francese: I commissari francesi dell’Armata d’Italia, addetti alle requisizioni, avevano effettuato un lavoro sistematico di spoglio nelle chiese dello Stato Pontificio. Il 29 settembre ebbe fine il governo della Repubblica Romana ed i francesi tornarono nella loro patria. Qualche giorno dopo Tobia Fani Ciotti fu citato davanti al Vicario Generale di Toscanella, Don Francecso Antonio Turriozzi, per fargli pagare gli argenti asportati . Rispose che tutti i suoi beni in Tuscania erano stato affittati e pretese che quello non fosse un giudice competente. Il Supremo tribunale della Segnatura apostolica e l’Uditore del Papa decisero che, ratione delicti, non era il Vicario Generale di Toscanella il giudice competente. Una milizia del cardinale Ruffo di Calabria voleva arrestare tutti i repubblicani viterbesi e Tobia si salvò nascondendosi in un sepolcro dentro una chiesa di Viterbo. Poi di notte fuggì e si portò in Francia. Rientrato in Italia morì tragicamente accoltellato a Spoleto il 30 ottobre 1799. Fu sepolto nella tomda di famiglia nella chiesa di San Sisto a Viterbo.
RITORNO DELL’AMMINISTRAZIONE PONTIFICIA
Il 4 novembre 1799 Don Giovani Battista Bussi , Governatore provvisorio di Viterbo, scrisse ai deputati del Governo provvisorio di Tuscania che, atteso il passaggio per Viterbo di una numerosa truppa russa nel giorno seguente, abbisognava che all’istante venissero spediti a Viterbo 12 carri armati e rubbia 32 di biada 64 quintali. Il 6 gennaio 1800 furono nuovamente assegnate le cariche per cui il Consiglio comunale di Toscanella fu diretto dal Gonfaloniere Carlo Brunacci e dagli assessori Veriano Marcelliani e Domenico Paoletti. Si deliberò sull’aumento delle razioni per i 24 soldati della cavalleria imperiale, acquartieriati in Tuscania, a forma della lettera istruttiva del Sottotenente Colonnello di Kereches. Furono predisposti i trespoli , le tavole e le coperte per i soldati oltre al fieno, alla biada ed alle razioni perchè l’acquartieramento durò per tutto l’inverno.
MATILDE SQUARTI VEDOVA DI TOBIA FANI CIOTTI
Nel 1792 fu sepolto a Toscanella nella cappella di famiglia il diciasettenne Sforza figlio di Tobia e di Matilde. Nel 1804 questa patrizia romana, madre di Tommaso del 1785, Teresa del 1784 e Maria Paola nata e battezzata a Tuscania nel 1787, ottenne la cancellazione del fidecommesso dell’antenato Sforza Ciotti del 1580 . La vedova così poté vendere a Giuseppe Angelo Arrighi fu Carlo, romano, continuo abitante nella città di Toscanella, 37 beni immobili di Toscanella per pagare la dote di 3.000 scudi al futuro sposo di Teresa, il marchese Bartolomeo Especo y Vera ed altri 3.000 scudi per la figlia Maria Paola: 18 case, 3 botteghe, 14 terreni e 2 giardini. Tra questi una casa al Grottone con i magazzini, altre in Poggio, al Pozzo bianco, nella contrada Piazza, a Fontana secca, una vigna alla Moletta con la mola a grano, il grande orto tra la chiesa di San Biagio e le mura castellane, una bottega con un magazzino nella piazza del Cardinale, un giardino nel terziere di Poggio, un molino ad olio, un pezzo di terra sotto le mura castellane, le vigne di Fosso Cavaliere e dell’Olivo, la chiusa dell’Ortaccio, il prato di San Lazzaro, la reclusa del Cupellaro, terreni a Valvidone, nel colle di San Pietro, nelle contrade Maschiolo, Piastrella, Valle dell’Oro, e nel piano di Santa Maria. Sicuramente un pezzo prestigioso fu il giardino , ora Gambi e Sensi. I Fani svernavano a Tuscania per il clima più mite in confronto con quello di Viterbo e, nel loro giardino, crescevano i limoni e i melangoli. Si trovava a due passi dal loro grande palazzo ed era posto al riparo dai venti freddi di tramontana e dal forte marino e godevano un paesaggio straordinario,quasi magico. Nel 1743 il suocero di Matilde, Tommaso Fani, aveva fatto scolpire un grande cartiglio con la scritta „ DEUS NOBIS HAEC OTIA FECIT 1743“ e due grandi stemmi. Là i Fani trascorrevano ore di svago con parenti ed amici: c’era la stanza ad uso Caffé Haus , un grottesco, la fonte, l’uccelliera, uan fontana, un magazzino per riporre i vasi degli agrumi, 11 piante di melangoli, piante di arance a spalliera, 22 piante di diversi frutti, un moro gelso, una mola per macinare le olive che veniva girata da un cavallo e c’era anche l’acqua di ricasco per la coltivazione delle piante. Matilde si avvalse per quella non facile impresa della cancellazione del fidecommesso dell’amocizia dei concittadini tuscanesi il cardinale Ercole Consalvi e l’allora Monsignore Fabrizio Turriozzi, in seguito anch’egli cardinale. La ragione di quella cancellazione fu il poter vendere moltre proprietà in Toscanella per formare la dote di tremila scudi a ciascuna delle due figlie : Teresa che morì nel 1806 dopo aver messo al mondo nel 1805 la figlia Giacinta; Maria Paola che fu sposa di Raimondo Spreca . Il figlio Tommaso prese in moglie la principessa Eleonora Spada e nel 1811 nacque il loro figlio Vincenzo, impegnato poi nella carriera diplomatica e marito di Elmira Misciatelli di Geremia.
TOMMASO FANI CIOTTI 1775-1850
Nel 1817 la sua proprietà era di rubbi 659, ettari 1.218 a Tuscania. Nel 1855 coltivò e produsse grano a Toscanella per un totale di rubbia 279, quintali 816, di cui rubbia 150 a Castel Ghezzo, 92 a Pantalla, 16 all’Acqua Rossa, 1 al Fosso Cavaliere e 20 alla Comunella. Fu Gonfaloniere di Viterbo.
VINCENZO FANI CIOTTI 1811-1875
Studiò nel convitto dei Gesuiti per 5 anni a Viterbo e poi a Roma nella facoltà di filosofia nell’Università Gregoriana, quindi Giurisprudenza alla Sapienza dove approfondì il diritto civile e canonico. Nel 1835 socio dell’Accademia Filarmonica viterbese, nel 1836 dell’Accademia di Scienze, lettere ed arti degli Ardenti di cui nel 1860 fu Presidente. Fu Gonfaloniere di Viterbo. Nel 1859 coltivò e produsse grano a Tuscania per un totale di rubbia 494, quintali 1.482, di cui rubbia 50 alla Lega, 320 a Castel Ghezzo, 106 alla Comunella e 16 a San Lazzaro. Nel 1864 fu eletto Presidente della viterbese Accademia Filodrammatica . Fu consigliere municipale a Toscanella ed a Viterbo e consigliere provinciale. Governatore dell’Ospedale Grande degli infermi, deputato del Brefotrofio, dell’Orfanotrofio e di altri Istituti. Il 15 gennaio 1875 così fu scritto nel giorno della sua morte:“ Scemò una di quelle vite il cui tramonto si trasse dietro il pubblico e generale lamento. Il conte Vincenzo sorpreso da apoplessia a 63 anni chiudeva una vita che nessuno avrebbe potuto né osato appuntare. Religioso di una pietà sinceramente e francamente cattolica, posta più volte al cimento, né giammai vinta né scossa; onesto nella privata, integerrimo nelle pubbliche condizioni in cui spesso ed a lungo ebbe a trovarsi; affabile nei modi ed aperto, di carattere benevolo, conciliativo; marito e padre affettuosissimo; colto di studi sani, enza ambizioni né fasto, meritò la stima e l’affetto die suoi concittadini, la loro simpatia nei domestici lutti , il compianto universale nella sua morte. La sorella Marchesa Teresa Fani Ciotti moglie del marchese Luigi Davia, che era giunta da Bologna e i Conti Fabio e Girolamo figli del compianto Conte Vincenzo resero le più sincere e fervide grazie delle onorevoli e benevole dimostrazioni usate all’estinto Padre e fratello.“
MARIO FANI CIOTTI 1845- 1869
Figlio primogenito di Vincenzo e di Elmira Misciatelli . Studiò a Roma nel convento dei Benedettini di San Paolo fuori le mura. Terminò gli studi dai Gesuiti a Viterbo dove fondò il Circolo
Santa Rosa e a Bologna, insieme a Giovanni Acquaderni, la Società della gioventù cattolica. Anche il fratello Fabio fu partecipe e prosecutore divenendo presidente del Circoli dopo la morte del fratello. Il giorno 8 settembre 1921 fu posta questa lapide: “Mentre la Società Gioventù cattolica italiana fondata nel 1868, benedicente Pio IX Pontefice Massimo, dal Conte Mario Fani Ciotti, tributa onore in Viterbo al suo fondatore con una lapide in Santa Rosa, con una corona nella tomba gentilizia, il Conte Gr. Cr. Girolamo Fani Ciotti cameriere segreto di spada e cappa di Sua Santità, unico fratello superstite, commosso per il rievocarsi di tante memorie, rende fervide grazie con animo riconoscente.“ Il 2 maggio 1953 venne lì posta un’altra lapide con la sua effigie in bronzo e la frase di papa Pio XII: “Nel lontano 1868, in una notte di preghiera nella Chiesa di Santa Rosa a Viterbo, spuntò dal cuore di Mario Fani Ciotti il primo fra i rami che oggi potrebbero meglio chiamarsi la prima radice del robusto tronco dell’Azione Cattolica unitaria“
GIROLAMO FANI CIOTTI 1854- 1922
Ultimogenito di Vincenzo ed Elmira, nacque nel 1854 e sposò Isabella Moroni dei conti di Boiano. Nel 1924 i loro figli, nobiluomini Mario, Paolo ,e Federico vendettero la parte del tenimento denominato Buongiorno di rubbia romane 15, ettari 28, ai contadini con il pagamento in 7 anni. Altri 10 rubbi, 18 ettari, furono concessi in sublocazione fino al 1927 ad altri ex combattenti della prima guerra mondiale che pagarono il loro subaffitto agli affittuari Pietro Conti e Valerio Galassi. Nel 1925 Mario, Eleonora, Paolo e Federico figli del fu Girolamo insieme alla loro mamma Isabella Moroni fu Federico erano propietari di ettari 768 a Tuscania: un ettaro di vigna al Fosso Cavaliere, un altro alla Moletta, 4 seminativi alla Doganella,102 con pascolo a Poggio Martinello, 524 seminativi, pascolo e bosco con la casa colonica a Castel Ghezzo, 34 pascolo a Pantalla, 31 seminativi al Crivello,42 seminativi a Bongiorno , 2 al Prato lungo e 27 seminativi e prati a Campo Lungo. Avevano concesso in enfiteusi perpetua agli ex combattenti dei terreni seminativi nella contrada Valvidone. Nel 1946 si formarono 4 poderi con le case colomiche venduti a Silvestro Veroni, Secondiano Acciaresi, Leopoldo Giuliacci e Settimio Settimi. Nel 1954 Francesco Sartori geometra e perito agrario di Tuscania scrisse che i conti Fani Ciotti furono sempre benevoli verso i braccianti agricoli ed affittarono una tenuta ad una cooperativa agricola. L’Ente Maremma negli anni 1950 espropriò loro 216 ettari, un quarto del loro patrimonio, che furono assegnati ad altri agricoltori. Nel 1954 le terre rimaste erano affittate e condotte da agricoltori ben attrezzati che coltivavano con maestria ottenenedo buone produzioni. Nel corso del 1900 ed all’inizio del 2000 i terreni di Castel Ghezzo erano di proprietà dei conti Fani Ciotti e delle sorelle Maria Isabella ed Isabella Valdettaro figlie di Eleonora Fani Ciotti e di Giulio Valdettaro della Rocchetta dei marchesi di Genova. Maria Isabella era sposata con Eraldo Barosini mentre Maria Isabella era una modella e fu vincitrice di Miss Italia nel 1951, moglie di Adelmo Risi Ferreyros ambasciatore del Perù in Vaticano. Il procuratore era Eraldo Barosini coadiuvato da Adelmo Risi Ferreyros, già ambasciatore del Perù presso la Santa Sede, e da Carlo Billeci che gestivano l’azienda denominata „Centro Agricolo San Paolo“ . Nel 2025 il terreno e l’azienda sono stati acquistati dall’imprenditore Piero Camilli ed investiti ad impianti fotovoltaici che sfruttano l’energia solare per produrre energia elettrica.
VINCENZO FANI CIOTTI 1888- 1927
Figlio di Fabio del 1849 e nipote di Vincenzo del 1811, compì gli studi nel Collegio di Mondragone e nel 1911 aderì all’Associazione Nazionalista Italiana. Nel 1913 conseguì la laurea in legge all’Università di Bologna e nel 1916 conobbe a Viareggio Emilio Marinetti e aderì con entusiasmo al movimento futurista. Intraprese il nuovo indirizzo letterario scrivendo „Archi voltaici“ firmandosi Volt. Scrisse poi il manifesto „ Del funambolismo obbligatorio o aboliamo i piani delle case“ nel 1918, „L’antiscuola“ nel 1919 ed il „ Manifesto della moda femminile futurista“ nello stesso anno.
MARIO FANI CIOTTI 1891- 1969
Fu Reggente dell’Accademia degli Ardenti di Viterbo e Presidente del Centro Internazionale di ricerche storiche ed archeologiche. Ebbe sette figli dalla contessa Maria Vittoria Castell
i Mandosi Mignatelli, patrizia romana, nata nel 1904 a Siena. Si sposarono nel 1925 nella cappella del palazzo Torlonia a Roma. Ebbero sette figli: fu scritto che ella fu affabile con i dipendenti, amabile con le amiche, caritatevole con i poveri, e in famiglia si respirava un’aria di pace, curava assiduamente i figli anche con il catechismo e le materie d’insegnamento primario.
Morì nel 1940 al settimo mese di gravidanza dell’ottavo figlio. Due loro piccole figlie: Cristina ed Antonietta, erano volate in cielo nella primissima infanzia, alla bambinaia del piccolo Luigi, l’ultimo nato, di 15 mesi, raccomandò premuramente di continuare ad averne sempre più amorosa cura. Chiamò le due figlie Isabella dodicenne e Teresa di 8 anni che studiavano a Ciampino, volle che per il suo funerale non la portassero in città ma nella piccola chiesa campestre della parrocchia: Santa Maria dell’Ellera in Viterbo. Il marito, Mario e i figli Girolamo quattordicenne e Giovanni di 5 anni, furono prostrati dal dolore per la tanto immatura morte.
I figli di Giovanni del 1935 e di Fabrizia Pocci: Mario con il figlio Fabio, Fabio e Filippo con i figli Giovanni ed Alasia possiedono ettari 180 a Castel Ghezzo mentre Luigi del 1938, sposato con Daniela Ionita, i cui figli sono Vittoria, Sebastiano e Mario, è proprietario dell’antico palazzo del 1500 nel terziere di Poggio fiorentino a Tuscania dove si svolgono manifestazioni culturali ed artistiche. Nel 2026 nei terreni delle località Castel Ghezzo, Comunella e Poggio Martinello in Tuscania sono stati realizzati alcuni impianti fotovoltaici.
FONTI E BIBLIOGRAFIA
ASVT: Archivio di Stato di Viterbo
ASVT: Notaio Carlo Banconi
ASVT: Notaio Orazio Scalpelli
ASVT: Notaio Filippo De Romanis INVENTARIO BENI FANI CIOTTI ANNO 1775
ANNA LIVIA MARCOMENI: L’amore, il potere, la nobiltà
NORIS ANGELI: Famiglie viterbesi. Storia e cronaca. Genealogie e stemmi
ACAT: Archivio capitolare di Tuscania
AVET: Archivio vescovile di Tuscania
ASCOT: Archivio storico del Comune di Tuscania
SECONDIANO CAMPANARI: Tuscania e i suoi monumenti
PIERO LANZETTA: Appunti su stemmi, famiglie e palazzi di Toscanella (Tuscania) e dintorni
ARTEMI PIETRO: Cenni biografici del conte Vincenzo Fani Ciotti colle memorie della famiglia
LA GAZZETTA DI VITERBO
PADRE CASIMIRO DA ROMA: Della chiesa e del convento di Santa Maria del Riposo presso a Toscanella
GIUSEPPE SIGNORELLI: Viterbo dal 1789 al 1870
PIETRO TACCHI VENTURI della Compagnia di Gesù: In memoria della contessa Maria Vittoria Castelli Mandosi Mignanelli nei Fani Ciotti
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