
di Mauro Loreti
studioso e storico di Tuscania e della Tuscia
don Vincenzo Pandolfini e l’arcivescovo Dionisio Ridolfini Connestabili
DI MAURO LORETI
Nella città di Tolentino la famiglia Maurizi fu una delle più importanti nei secoli passati. Probabilmente, con la transumanza appenninica, alcuni allevatori di questo casato si portarono a Montefiascone, dove intrapresero le loro attività lavorative.
Uno dei loro giovani scelse la vita sacerdotale; pertanto don Vincenzo, nato nel 1763, compì gli studi superiori e teologici nella sua città, Montefiascone. Nel 1790-1792 visse a Roma come bibliotecario presso il cardinale Giuseppe Garampi, nativo di Rimini e vescovo di Montefiascone e di Corneto, che tra l’altro dotò la biblioteca del seminario di Montefiascone di 30.000 volumi. Successivamente s’incardinò a Tuscania, dove visse e fu primicerio della cattedrale di San Giacomo Apostolo Maggiore e parroco di San Giovanni Battista Decollato dal mese di settembre del 1802 fino al 18 febbraio 1821, data della sua morte.
Era di ottima cultura e possedeva una biblioteca personale di 3.500 volumi che, dopo la morte, lasciò al Seminario di Toscanella con alcune clausole a favore dei suoi eredi. I libri furono poi acquistati definitivamente dal cardinale Antonio Gabriele Severoli, vescovo di Tuscania e di Viterbo, per il seminario, pagando 350 scudi ai nipoti. Dal 1803 al 1806 l’arcivescovo Dionisio fu vescovo delle due diocesi. Il 9 marzo 1804 scrisse un’epistola al clero e al popolo in riferimento alla particolare devozione.
Il vescovo indicò il santo come: «l’uomo giusto, il depositario dei segreti dell’Altissimo, il Testimone, il Custode, il Protettore della Verginità sovrumana della benedetta tra le Donne, il Padre Putativo, il tutore sollecito dell’infanzia dell’Unigenito dell’Altissimo, l’Eroe distinto nella speranza e nell’affezione di Gesù e di Maria…» Concluse il prelato che: «impegnato dal devoto affetto, San Giuseppe intercedette per i cristiani le benedizioni della rugiada del Cielo e dell’abbondanza della terra». Nella chiosa finale implorò sul popolo pace, gaudio ed esultazione.
Nel 1804 effettuò la visita pastorale a Toscanella. Essendo ultimati i lavori di restauro nella cattedrale, il vescovo la consacrò nuovamente. Fu posta un’epigrafe di marmo per ricordare la riconsacrazione della chiesa: «Il 24 marzo 1805 l’arcivescovo Dionisio Ridolfini Connestabili, vescovo dei tuscanesi e parimenti dei viterbesi, con un solenne rito dedicò il tempio, nel quale la cattedra della chiesa tuscanese fu fondata dall’apostolo Pietro, integralmente restaurato nel 1784, all’onnipotente Dio ed in onore di San Giacomo Maggiore Apostolo, avendo stabilito l’anniversario della celebrazione della dedicazione nel giorno di domenica che è il quarto dalla Pasqua».
Dopo la morte del vescovo di Tuscania e di Viterbo Dionisio Ridolfini Connestabili, don Vincenzo nel mese di gennaio 1807 lesse l’orazione funebre da lui scritta dell’arcivescovo benemerentissimo. Dapprima si rivolse al Collegio dei Canonici della cattedrale ricordando di aver seguito la loro volontà e il loro ordine di preparare tale orazione in lingua latina. Fu scelto proprio lui probabilmente per la sua ottima conoscenza del latino, esplicata in ben 20 pagine.
Iniziò ricordando il consiglio, la virtù e la saggezza del vescovo Dionisio, morto immaturamente in un breve spazio di tempo, nato in Umbria a Narni, città antichissima e celebre negli annali della Chiesa ed anche per i monumenti della storia civile. San Giovenale fu il suo primo vescovo. Cocceio Nerva da Narni fu eletto imperatore dai Romani per la saggezza, la modestia, la benignità ed ogni genere di virtù: restituì la pace e la tranquillità a tutte le province dell’Impero.
Anche il condottiero e capitano di ventura Erasmo Stefano, detto il Gattamelata, era di Narni, cui fu innalzata una statua marmorea a Padova per i suoi grandi trionfi nelle battaglie.
Quando nel 1782 papa Pio VII tornava a Roma da Vienna passò una notte a Narni e fu ricevuto dal vescovo Dionisio. Egli era il primogenito della famiglia e a Roma rese illustre la sua patria, i suoi concittadini e la sua famiglia. Fu nella Basilica Vaticana di San Pietro e nella Congregazione della Sacra Disciplina. Compì grandi esempi di pietà, di carità e di beneficenza in Roma per il ceto delle Sacre Vergini, per gli ospizi dei malati, per la cura delle vedove, degli orfani e dei minorenni, dei piccoli e dei poveri, per l’amministrazione dei sacramenti e per la conversione degli erranti a Dio.
Fu quindi nominato arcivescovo titolare di Corinto in partibus infidelium e vescovo di Toscanella e di Viterbo. Nell’autunno del 1803, ormai già prossimi al molestissimo tempo dell’inverno, iniziò subito la visita della chiesa viterbese, della nostra tuscanese, della chiesa civitavecchiese e del resto della diocesi lungo la grande asperità delle strade. Dopo l’ingresso in Viterbo venne nella nostra chiesa di Toscanella con grande gioia del clero e del popolo. La città di Tuscania un tempo fu la più fiorente tra le principali città dell’antica Etruria e tanto illustre per i documenti dei secoli, la cui storia dal famosissimo don Francesco Antonio Turriozzi fu edita diligentemente.
Rispose agli ossequi ed agli applausi di tutta quanta la città con umanità e giovialità singolare verso il clero, l’amministrazione comunale ed i cittadini, con aiuti in denaro e con elargizione di pane; con una grande quantità di grano rallegrò il popolo e soprattutto i poveri.
Quando entrò nella chiesa cattedrale di San Giacomo tenne un discorso così pieno di pio affetto che non poté trattenere le lacrime e commosse tutti fino al pianto. Visitò le chiese delle Vergini dedicate a Dio, il pubblico ospedale, gli altri luoghi pii della nostra città, le associazioni e le chiese. Poi si recò alla città di Civitavecchia e negli altri paesi della diocesi. Emanò degli editti sul culto del supremo Dio e sull’osservanza dei giorni festivi. Esortava fortemente i parroci e seguì la nostra chiesa tuscanese sempre con pari onore e benevolenza e tutto ciò che, nel suo faustissimo ingresso nell’episcopato, aveva promesso, mai smise di prestare.
Effettuò la consacrazione dell’insigne tempio della cattedrale restaurata in modo magnifico e fu abbastanza frequentemente presso di noi nelle sette feste maggiori e nelle solennità pasquali. Fu vescovo soltanto per tre anni, sempre con l’ossequio dell’animo, la riverenza e l’amore verso il supremo Dio. Grande era in lui l’amore interiore dell’animo ed ogni giorno meditava sulle cose celesti ed esercitava le altre opere di pietà cristiana.
Usò la carità e la misericordia verso i bisognosi, la liberalità con sussidi agli orfani, alle vedove ed ai poveri. Conversava con umanità, familiarità ed affabilità. In una pianeta della cattedrale è decorato il suo stemma, sormontato dal cappello vescovile con un lambello, tre gigli ed un delfino.
Nel 1809 don Vincenzo fu uno dei sacerdoti refrattari che non giurarono fedeltà a Napoleone ed ai francesi occupanti lo Stato Pontificio. Aveva allora problemi di salute e stava ritirato; malgrado ciò, nel febbraio del 1811 ricevette l’ingiunzione francese di presentarsi subito a Viterbo dal sottoprefetto per ricevere gli ordini. Il maire scrisse a Viterbo facendo presente che don Vincenzo non poteva recarsi nel capoluogo perché allettato con la febbre e per la podagra. Nel mese di aprile dovette comunque andare in esilio a Civitavecchia.
Tornò a Toscanella nel 1814, riprese il suo apostolato e ringraziò il vicario diocesano Francesco Antonio Turriozzi per aver aperto il Seminario di Toscanella. Gli comunicò i nomi dei due sacerdoti eletti per il Consiglio Direttivo dello stesso: don Paolo Nodler in rappresentanza del Capitolo della cattedrale e don Bernardino Anguillara per il clero. Aggiunse che anche il Capitolo della Cattedrale, con sommo piacere e gradimento, aveva ricevuto la notizia dell’apertura del Seminario.
FONTI E BIBLIOGRAFIA
ACAT – Archivio capitolare di Tuscania
AVET – Archivio vescovile di Tuscania
ASCOT – Archivio storico del Comune di Tuscania
Secondiano Campanari, Tuscania e i suoi monumenti
Giuseppe Giontella, Cronotassi dei vescovi della diocesi di Tuscania
torna a Arte & Cultura Mauro Loreti

