Il Chiostro del Convento di Santa Maria del Riposo


 

di  Mauro Loreti
studioso e storico di Tuscania e della Tuscia


Il Chiostro  del Convento
di Santa Maria del Riposo in Tuscania

gli Stemmi scultorei e gli affreschi dal 1495 al 1627

 

 

Il 23 ottobre 1495 il papa Alessandro VI, Rodrigo Borgia,  dette la facoltà di costruire fuori le mura di Toscanella il convento e la chiesa, sotto l’invocazione di Santa Maria del Riposo, da affidare ai Carmelitani. La costruzione fu finanziata dalla  tuscanese Costanza Ciglioni e dal suo marito Aurelio Mezzopane di Corneto, dal Comune di Tuscania,  da altre famiglie come i Toscanelli Dal Pozzo ed i Polidori, da Agostino Chigi, dalle arti agrarie e dagli affidati allevatori di bovini ed ovini.  Il 14 aprile 1508 il papa Giulio II,  Giuliano Della Rovere, concesse l’indulgenza plenaria a coloro che contribuirono ai vari lavori della chiesa e del convento e pregarono nel tempio  nel giorno della festività  dei santi apostoli Filippo e Giacomo. 

Nel 1515  arrivarono i Francescani Minori dell’Osservanza,  invitati dal papa Leone X, Giovanni dei Medici, che venne diverse volte a Tuscania. Di tutte queste famiglie ammiriamo gli stemmi nella chiesa.  Nel 1579 fu la volta degli Agostiniani Osservanti  e nel 1599 nuovamente i Francescani che vi rimasero fino al 1875. Nel convento c’erano gli orti, i magazzini, le abitazioni, la biblioteca e quant’altro.  Mentre si costruiva la Chiesa si cominciò a realizzare anche il contiguo convento per i religiosi Carmelitani , come  approvato dal papa Alessandro VI. 

I confratelli si dedicavano alla vita contemplativa ed all’apostolato presso il popolo cristiano. Era un luogo di preghiera, di lavori manuali, di insegnamento e di predicazione.  In questo chiostro si può meditare sui tratti  mistici, miracolosi e taumaturgici di Francesco che, davanti al vescovo ed a moltissima gente,  si spogliò delle sue vesti preziose e rinunciò a tutti i beni. Ad imitazione di Cristo fu povero per compiere la volontà del Padre. Introdusse la nuova concezione della  Fraternità e da lui ebbero origine i grandi ordini francescani del Minori, dei Conventuali e dei Cappuccini con un nuovo stile di vita. Con il Terz’ordine dei laici penitenti,  tanti cristiani  intrapresero l’azione missionaria e la predicazione di pace e bene. Leggendo il Cantico delle Creature sentiamo l’ottimismo della creazione.  Francesco amava la solitudine ma anche l’assistenza ai poveri ed ai lebbrosi. Era un penitente, un  eremita, poi un frate mendicante  ed evangelizzatore nella povertà. Nel chiostro possiamo ancora ammirare molti  stemmi ed  affreschi che ci fanno comprendere quali furono gli ordini religiosi e coloro che collaborarono nel completare i lavori. Gli stemmi in nenfro, locale pietra vulcanica,  nel lato ad ovest sono del comune di Toscanella con lo scudo crociato e furono realizzati subito dopo il 1495; nel lato a nord sono delle famiglie Mezzopane  con il pane e le bande, Monaldeschi  del castello di Montecalvello di Viterbo con la banda a scendere da sinistra  a destra, dei Carmelitani con il monte Carmelo stilizzato e  della Comunità di Tuscania, realizzati fino al 1512. Giovan Rinaldo Monaldeschi , figlio di Niccolò, era custode della città di Viterbo e possedeva un palazzo  nella contrada di San Giovanni in Zoccoli ed anche le Grotte di Santo Stefano e Vallebona. Contribuì alla costruzione del lato nord del chiostro e del convento.

Nel lato ad est dal 1515 al 1579 furono scolpiti gli stemmi dei Francescani con la croce e le braccia incrociate, dei Fani , in particolare Gerolamo, marito della nobile orvietana ARTEMISIA SIMONCELLI,  grande proprietario di terreni , palazzi, molini e magazzini , con il giglio e la colonna, del Comune e dei Pocci Piergiovanni e Fabrizio , molto attivi nella vita economica e sociale, con la spiga di grano, la luna crescente e la colonna. Nel lato a sud il Comune, i Ciotti con il giglio e i Frati Agostiniani  della Congregazione genovese riformata di Santa Maria della Consolazione detta anche della cintura, con le iniziali F. A. e l’arma vescovile  di Sant’Agostino con la tiara, il pastorale e la cintura.  Nello stemma si rappresenta il consiglio che Maria inviò a Sant’Agostino e a Santa Monica sua madre : la Madonna,  apparsa alla santa con l’abito nero e  la cinta di cuoio ,   l’assicurò  che coloro che l’avessero imitata avrebbero avuto la garanzia della sua protezione e consolazione.  Cesare Ciotti era allora il santese insieme a  Meo Ragazzi.  Un altro santese fu anche Camillo Maccabei, notaio e proprietario terriero,  della cui famiglia Girolamo fu vescovo della città di Castro e  partecipò al Concilio di Trento. Questi avevano cura dei beni della chiesa e seguivano le costruzioni ed i restauri. Furono anche consiglieri comunali ed affittuari dei terreni della Comunità di Toscanella.  Cesare morì  a 64 anni nel 1591 e lasciò alcuni beni alla chiesa ed al convento e fu considerato uomo di somma pietà, esperienza ed onestà. Fu anche  Vice Doganiere della Dogana dei pascoli del Patrimonio di San Pietro in Tuscia. 

Negli anni dal 1574 al 1580 nel chiostro lavorarono anche  mastro Adamo d’Andrea e mastro Giovanni. Passando ad osservare le lunette affrescate notiamo che furono ideate per far conoscere al popolo cristiano gli episodi della vita di San Francesco d’Assisi, quando nel convento erano tornati i francescani. L’epoca della realizzazione  si aggira intorno al 1610 e furono dipinti da quattro artisti per ora anonimi. Anche in queste opere sono presenti alcuni stemmi delle famiglie nobili di Tuscania ed anche alcune forestiere, tutte legate alla venerazione del santo ed al magistero ecclesiastico dei suoi seguaci nella Tuscia, le quali contribuirono economicamente. Attraverso la pittura i fedeli potevano comprendere facilmente la vita del santo assisiate e tutti i singoli miracoli fatti in nome di Cristo. Appena si entra dalla porta battitora del convento, nel lato ad ovest la pittura nelle prime tre lunette è inesistente. Forse narravano la nascita di Francesco , il battesimo del santo ad opera di un pellegrino e Francesco che si rifiuta di passare sul mantello stesogli da un uomo. Nella quarta  c’è solo un frammento e potrebbe essere il bacio del lebbroso o Francesco che dona le sue vesti nuove ad un povero soldato. La quinta ha pochi frammenti. Nella sesta si vedono tre militari a cavallo e potrebbe rappresentare la partenza per la Puglia per andare alla crociata o per la guerra contro Perugia.

La settima si svolge in un interno ed è il dialogo fra  Francesco, che è in ginocchio ed  ancora in abiti civili ,  ed il Crocifisso,  durante il quale Gesù gli ordina di restaurare la chiesa di San Damiano, nelle periferia meridionale di Assisi, che  stava per cadere per la fatiscenza. C’è lo stemma della famiglia Pocci bicolore, azzurro e mattone, con una colonna, il crescente e tre spighe di grano. Nell’ottava c’è la svestizione  di Francesco e la sua rinuncia ad ogni avere davanti al Vescovo Guido di Assisi e lo stemma con la torre ed  è dei Turriani, eredi di Antonio priore di San Giacomo e vicario generale della diocesi, poi priore della Collegiata di Santa Maria Maggiore. Nella nona Francesco raggiunge l’esercito dei crociati a San Giovanni d’Acri e poi,  con il permesso del Legato Pontificio, va  a Damietta, sul delta del fiume Nilo  in Egitto , dal sultano musulmano e ad una giovane donna mora, che vuole giacere con lui , dice di stendersi sul cespuglio di spine nella sua stanza, per scoraggiarla. Si legge: “MOR VIEMME A LATO IN QUESTO LETTO DI ROSE”. Ci ricorda la sua castità.  Lo stemma presenta una banda color ocra su campo azzurro e con due stelle ad otto punte di color ocra. Nella decima vediamo la presentazione della Regola francescana al papa Innocenzo III ° il quale autorizzò il santo ed i suoi frati a predicare la penitenza ed il Verbo di Dio. L’undicesima  lunetta è inesistente. Nella dodicesima c’è il santo sofferente consolato dagli angeli e la scritta : “HAEC EST DOMUS DOMINI” questa è la casa del Signore. La tredicesima è l’estasi dell’assisiate che prega con le mani e le braccia stese in forma di croce, sollevato da terra nella sua celletta. Lo stemma con la stella a sei punte è dei Danzetta, un’altra famiglia nobile originaria di Perugia. Si legge : “ MA .. LODE ANGELICI CONCETTI”.

La quattordicesima ricorda l’episodio di Ottone IV ° che passò vicino ad Assisi. Francesco ed i suoi non andarono a curiosare ma inviarono un solo confratello che annunciò  all’imperatore che la sua gloria sarebbe durata poco. Lo stemma con la torre e la stella ad otto punte è dei Turriozzi, allora agricoltori ed allevatori transumanti dall’Appennino centrale. Ricordiamo di questa famiglia  l’arciprete Monsignor  Francesco Antonio Turriozzi, autore delle “Memorie istoriche della città di Tuscania che ora volgarmente dicesi Toscanella” nel 1788 ed il cardinale Fabrizio Turriozzi.  Nella quindicesima il santo rende mansueto il lupo di Gubbio, grandissimo, terribile e feroce. La sedicesima è inesistente. La diciassettesima presenta il sogno del papa Innocenzo III° che vede  l’arcibasilica papale del Santissimo Salvatore e dei santi Giovanni Battista ed Evangelista  in Laterano,  sul colle del Celio a Roma, che crolla ed un uomo poverello, piccolo e abietto che la sorregge. Si legge :” LO VEDE IN SOGNO IL GRAN ROMAN PASTORE SU SOSTENTAR LA LATERANEA MOLE …”.  Nella stanza c’è anche un canonico inserviente seduto e la tiara pontificia su un mobile. I militi pontifici ,fanti e cavalieri, vegliano il papa all’esterno. A destra si nota anche un personaggio mediatore.  Lo stemma con  una stella  è dei Silvestrelli, allora allevatori ed agricoltori . Di questa famiglia in seguito vi furono il benemerito Giovanni Tommaso Silvestrelli  al quale è dedicata un’iscrizione nel chiostro ed un’altra nel palazzo comunale,  e suo figlio il passionista Beato Bernardo Silvestrelli . Nella diciottesima Francesco offre le rose nel mese di gennaio al papa Onorio III ° che aveva approvato la regola definitiva dei francescani, dopo aver riconosciuto la solennità del Perdono di Assisi, l’indulgenza plenaria che si può ottenere il 1° ed il 2 agosto in tutte le chiese parrocchiali e francescane e tutti i giorni visitando la Porziuncola di Assisi, la piccola chiesa situata all’interno di Santa Maria degli Angeli.  Leggiamo: “ DI GENNARO IN VEDER PAR MARAVIGLIA … SI BELLE ROSE EI DEL GRAN MANTO D’ALTO STUPOR RIPIEN …  CONFERMANDO …”.  Lo stemma è con la fascia d’oro  sul campo azzurro con due rose bianche in capo ed una in punta dello stesso. E’ della famiglia viterbese Nini che, a quel tempo, era una delle più in vista, molto ricca, e possedeva grandi ed importanti palazzi nella città. In particolare Paolo Nini, figlio di  Giacomo, e sua moglie Olimpia Maidalchini parteciparono volentieri alla costruzione delle lunette . Paolo esercitava la pubblica carica di Conservatore. Si sposarono molto giovani ed ebbero i figli Nino e Costanza. Tra il 1611 ed il 1613 morirono il padre ed i figli.  La  vedova si risposò nel 1616 con Pamphilio Pamphili, fratello del cardinale  Giovan Battista   che fu papa Innocenzo X dal 1644 al 1655. Olimpia fu  in seguito la principessa di San Martino al Cimino.   Lo stemma è d’azzurro troncato da una fascia d’oro: nel primo due rose d’argento  bottonate d’oro e nel secondo una rosa. Nella diciannovesima la Vergine Maria appare a Francesco con il Bambinello Gesù in braccio  e  gli porge una mela, simbolo della Passione. A sinistra c’è San Giuseppe,  il paesaggio è composta da monti e vallate verdi.  Si legge : GLI DA’ IL BEL  POM L’ALTA REGINA  … PENDE A TE SOMMO DILETTO  ..”.

Nella ventesima è raffigurato l’incontro con il cardinale Ugolino dei Conti di Segni, che era vescovo di Ostia, poi papa Gregorio IX °,  il quale canonizzò San Francesco e il francescano Sant’Antonio da Padova.   Francesco con le stigmate ammonisce  due frati ed altri due personaggi.  Lo stemma  degli Eredi Ciotti, grandi proprietari terrieri,  è con il giglio, la stella a otto punte e un ramo di foglie. Nella ventunesima notiamo la predica fatta dal francescano Sant’Antonio di Padova davanti alle nazioni greca, latina , francescana, tedesca ed agli schiavi,ai  nobili ed alle dame, in una chiesa : tutti comprendevano le sue parole distintamente come se avesse parlato nella lingua di ognuno di loro. San Francesco in gloria  lo osserva dall’alto.  Antonio da Padova  fu capace di attirare le folle mai viste in ogni chiesa. Leggiamo nella didascalia :” ELLA … ANTONIO PREDICANTE … NUBE RISPLENDENTE COSI’ GLI E’ CARO LA DEVOTA GENTE DI PREDICA DIVINA ESSERE AMANTE.”  Lo stemma è con una grande torre in campo ocra della famiglia Savini. Un componente di questa famiglia,  Enea, di Siena,   possedeva la tenuta del Casale con la villa del Casato in Valdichiana. Ebbe rapporti economici con Cosimo dei Medici e con i Piccolomini.  Fu Gonfaloniere di Siena e capitano. Prestò denari anche al Comune di Tuscania. Nella ventiduesima Francesco restituisce la vista alla  fanciulla  nobile di Bevagna, vicino Foligno, che era nata cieca. C’è anche un altro frate , due nobili dame ed un uomo col vestito nero. Si legge : “ A SEMBIANZA DI LUI SIR DEL VANGELO QUEST’EMOL SUO QUAL MATUTINA STELLA NE ILLUMINO  SGOMBRAND … VELO STA CIECA NATA FLORIDA DONZELLA.” Nello stemma si legge “Emula solis” la luna crescente è emula del sole. A sinistra vi è un giglio grigio e sotto  una mezza colonna di colore rosso mattone ed è del capitano Vincenzo Fani, uno dei possessori di pecore affittuari delle erbe delle bandite comunali, consigliere comunale  e depositario, a destra una stella cometa ad otto punte di colore ocra ed un crescente verso l’alto entrambi su campo azzurro ed è di Margherita Cavetani.  Questa famiglia era molto benestante: tra il  1620 ed il 1630 le quattro figlie di Giovanni Ippolito Cavetani  sposarono altrettanti nobili tuscanesi. Lo stemma ricorda il loro matrimonio nell’anno 1627 . Nella ventitreesima il papa Niccolò V, Tommaso Parentucelli, visita la tomba di Francesco. Il suo corpo è rimasto intatto come nel momento della morte. Sono presenti anche un frate domenicano ed altri personaggi. Nella ventiquattresima viene ricordata la morte del conte Orlando di Gonavato. Leggiamo :” DI GONAVATO AL NOBIL CONTE   ORLANDO ET A  CIASCUN DE SUOI CHE AL MONDO RESTA “.  

Notiamo un palazzo con più piani al cui interno il conte giace sul letto di morte con il baldacchino , le donne piangenti, gli uomini e un frate che sta benedicendo. All’esterno si notano delle rocce , una croce ed una chiesa con il campanile. In alto, in mezzo alle nuvole , San Francesco  benedicente e due uomini, un giovane ed un vecchio, parlano fra loro. Il conte Orlando Catani di Chiusi donò a Francesco il monte della Verna “un monte devotissimo il quale è molto solitario e selvatico ed è troppo ben atto a chi volesse fare penitenza.” Nella venticinquesima vi è la traslazione del corpo di Francesco  dalla chiesa di San Giorgio alla basilica di Assisi che avvenne il 25 maggio 1230,  durante la quale avvennero molti miracoli.  Il paesaggio è collinare con i cipressi ed in alto c’è Gesù Cristo; i frati escono  da una chiesa  processionalmente. Nella ventiseiesima si nota la battaglia tra i cristiani ed i musulmani. I soldati cristiani ,che vincono la battaglia,  hanno la bandiera con una croce bianca in campo rosso. Si vedono teste mozzate, cavalli sovrastanti e i cavalieri che combattono con le spade. Vi si legge:” CINTO D’ALMO SPLENDOR DA … TELI IN ARIA A ERO DEL POPOL … ATO APPAR DI GLORIA E DI TRIONFO ORNATO FUGA DAL CAMPO I BARBARI INFEDELI.”  . Nella ventisettesima si ricorda il miracolo della risurrezione di un bambino  che era annegato, per sbadataggine, nel fiume Volturno, nella città di Capua.  Vicino al fiume  molti pregano e un uomo forte riesce a  tirare fuori il piccolo dal fiume. La mamma invoca San Francesco che si nota nel cielo. Lo stemma  con bande color ocra e rosso mattone è della famiglia Brunacci, nobili tuscanesi provenienti dalla Toscana,  della quale in seguito vi fu il cardinale Ercole Brunacci Consalvi,  Segretario dello Stato Pontificio con il  papa Pio VII ; il nobile tuscanese  partecipò al congresso di Vienna degli anni 1814 e  1815 con moderazione ed abilità politica.  Nella ventottesima c’è la visita di Iacopa (Giacoma) dei Normanni che era una terziaria francescana e sposò Graziani Frangipani dei Settesoli.

Nel 1271 era vedova e proprietaria di tanti castelli. Conobbe San Francesco a Roma, gli trovò alloggio presso i benedettini e gli ottenne l’udienza da papa Innocenzo III °, Lotario dei conti di Segni. Francesco per sdebitarsi le regalò un agnello ammaestrato. Qui la vediamo quando va a trovare il santo che è su una tavola alla Porziuncola in Santa Maria degli Angeli e gli porta il panno di colore cenerino, per avvolgergli il corpo, parecchi ceri, una sindone, un cuscino ed un piatto di dolci : i mostaccioli fatti col miele, le noci, le mandorle e la cannella; frate Leone al suo fianco scrive e la nobile sta inginocchiata. Sono presenti anche gli inservienti e le dame con i doni.  Nella ventinovesima si ricorda san Francesco sanguinante. Ci sono due novizi domenicani : uno con il piccone è a terra, senza forze, e davanti a loro c’è il santo che sanguina abbondantemente dal costato e l’altro religioso raccoglie il sangue con un panno bianco. Di fronte a loro ci sono alcuni frati domenicani e francescani e tutti sono testimoni del miracolo che, in precedenza, i frati bianchi negavano; quindi Francesco è alter Cristus. Si notano anche un anziano con la barba e due signori orientali sopra un terrazzo. Lo sfondo è il colle della luce di Tuscania con i suoi preziosi monumenti: la cattedrale di San Pietro  con il vescovado , le torri e la vallata sottostante.

Questi tre personaggi sono dei filosofi, differenti tra loro, che apprezzano il misticismo del santo. Il tema deriva dagli scritti di Tommaso da Celano, che fu sepolto nella chiesa di San Francesco  a Tagliacozzo, e di altri scrittori nei cui libri si legge che un frate domenicano raschiava le stimmate in un’immagine di San Francesco con un coltello, perché non voleva che si confondesse con Gesù Cristo, ma quelle riapparivano continuamente; c’era stata una polemica tra i due grandi ordini mendicanti sul santo cristiforme .  La trentesima è lacunosa. La trentunesima è la quaresima di Francesco, in ginocchio sulla Verna,  in onore di San Michele Arcangelo. Nello stemma c’è una banda rosso mattone orizzontale con sopra un giglio azzurro chiaro con due stelle a sei punte color ocra e nella parte inferiore un cippo di color verde. E’ dei Laurenti , altra famiglia toscana attiva  a Toscanella  ed inserita nelle grandi tenute agricole. La trentaduesima presenta lo scampato naufragio nel mar di Gaeta in tempesta. Francesco è nella nave ed invoca con le braccia larghe  la fine dell’affondamento ed arriva una nave con la scialuppa.  Vi è anche un uomo seduto ed un grosso cane al guinzaglio del padrone, lo stemma è della famiglia Brunacci.  Nella trentatreesima vi è l’incontro tra i due grandi santi del 1200, San Domenico e San Francesco durante il capitolo dei frati francescani. Lo stemma  con un vaso di fiori è della famiglia Fioravanti. Nella trentaquattresima la Madonna, in una nuvola, pone il Bambino Gesù fra le braccia di San Francesco, genuflesso in atto di adorazione; un altro frate è testimone.

Nello stemma c’è il calice della salvezza, simbolo eucaristico con la base circolare e la coppa svasata della Confraternita   del Gonfalone. E’ il vaso liturgico in cui si conserva l’Eucaristia  sotto le spoglie del vino. Il Gonfalone era lo stendardo di quella  compagnia religiosa. Questa era aggregata all’Arciconfraternita di Roma dal 1586. I vari priori furono Francesco Giannotti, Camillo Cavetani e Cesare Mansanti.  I soci ascoltavano frequentemente le prediche della parola di Dio, ricevevano la comunione, pregavano, visitavano gli ammalati, aiutavano, con il consiglio e con i beni, gli indigenti, seppellivano i defunti, assegnavano la dote alle ragazze povere, riscattavano i cristiani prigionieri degli infedeli ed esercitavano opere di pietà e di carità. La trentacinquesima indica la visita di Santa Chiara e di due sue consorelle a San Francesco e a due frati nel convento di Santa Maria degli Angeli.   C’è in alto  la colomba dello Spirito Santo . Nella trentaseiesima un bambino miracolato risorge e poi offre le mele a San Francesco.

Nelle didascalie leggiamo le parole : FANCIULLO, TRABOCCO, POM”.  Lo stemma con le bande  oblique verso sinistra e di colore ocra,  è di Fulvio Ragazzi proprietario terriero e consigliere comunale, nipote del santese  Meo. La trentasettesima ricorda il miracolo di Tuscania del 1222, quando   Francesco risanò il figlio dei Ciglioni. Sono rimasti soltanto dei frammenti. In una foto del secolo scorso  c’è il padre genuflesso che prega e San Francesco prende per mano il piccolo. Dietro ci sono i componenti nobili, uomini e donne, della famiglia. Sullo sfondo si vede Toscanella turrita. Vi si legge:” LA NOBIL TOSCANA IN QUESTA ALTERA CITTA’ VETUSTA A UN CITTADINO DEGNO RISANA IL SUO DILETTO E CARO FIGLIO CHE SDIRENATO E CURVO NATO ERA”. Lo stemma era della famiglia Ciglioni con il sole, due lune e le bande trasversali. 

A Tuscania  San Francesco fu seguito da una folla numerosa. La trentottesima è illeggibile e lo stemma è della Comunità del  Pio Istituto Santo Spirito ed Ospedali Riuniti  : la croce patriarcale di Lorena a doppia traversa. A Roma c’è il loro ospedale, il più antico d’Europa. Possedeva  vicino Toscanella  il castello e la grande  tenuta di Roccarespampani di ettari 2.600. Nella trentanovesima vi è la stigmatizzazione del santo. Nella quarantesima,la tentazione del santo da parte del diavolo. Francesco si autoflagella con la corda e con i piedi nudi su un cespuglio di spine di rose. Lo stemma con la fascia rossa in campo d’oro e le iniziali del nome e del cognome è della famiglia di Fabio Bonsignori, ricco podestà di Tuscania. Nello stemma della   quarantunesima   una banda separa il campo azzurro da quello giallo con sopra un crescente riversato e sotto i tre colli ed un giglio:  è della famiglia abbiente del canonico Marco Tullio  Bassi. Nella quarantaduesima le pecore salutano Francesco al suo passaggio nei pressi di Siena.  Lo stemma è diviso da una banda bianca su campo azzurro con la scritta NON PUGNANT. Sopra c’è una stella ocra a otto punte, in basso il sole. Stemma che indica la nobiltà. E’ della famiglia Danzetta, in particolare dell’Arciprete  Danzetta della Cattedrale di San Giacomo Apostolo il Maggiore  e del fratello Giampaolo, proprietario terriero ,  grande affittuario dei terreni del Comune e consigliere comunale. Nella quarantatreesima vi è la proclamazione dell’indulgenza perpetua della Porziuncola. Francesco e i frati sono di fronte ai vescovi delle diocesi umbre. Lo stemma è in quattro parti: a sinistra in alto ci sono tre cippi bianchi e due stelle ad otto punte ocra, sotto tre sfere ocra divise da due bande ocra  su campo rosso mattone. Nella parte  destra ci sono la stella ed il lupo della famiglia Lupi i quali erano antichi cittadini romani. La loro arma è d’oro al lupo rampante di nero, accompagnato nel cantone destro del capo da una rosa di rosso. Nella quarantaquattresima osserviamo la visione  notturna di papa Gregorio IX , Ugolino di Anagni dei conti di Segni, nella sua stanza . Dubitando il santo padre della piaga del costato,  Francesco in sogno gli disse:” Dammi una fiala vuota” e, come gliela diede,   si  riempì del sangue del suo costato . Vi  sono le guardie pontificie con le alabarde ed  un chierico addormentato. Si legge :” FU IN VISION COSI’ VEDUTO ESPRESSO DA ROMANO PASTOR GREGORIO NONO OND’ACCERTOSSI E DISINGANNO’ SE STESSO ET CELEBRO’ CON PUBLICO RISUONO.” 

Lo stemma presenta le iniziali HS e RS, Girolamo Raimondi, canonico della Collegiata di Santa Maria Maggiore; è diviso da una banda orizzontale di color celeste su campo giallo. Vi è un bastone tenuto da una mano sinistra con il braccio. Nella quarantacinquesima ammiriamo  il miracolo della trasformazione dell’acqua in vino. Sei muratori stanno costruendo il convento  delle Celle a Cortona vicino Arezzo. Francesco ,alter Cristus, fa il miracolo.  Nei cartigli :” MANCANDO IL VINO OGNI OPERAIO ESCLAMA CONTRA IL SANTO CON ALTERA FRONTE MA IN UN VIN VERMIGLIO IL CRISTALLINO FONTE TRAMUTA E RENDE SATIA L’ALTRUI BRAMA.”  Lo stemma a sinistra presenta la stella ad otto punte su campo azzurro, a destra ci sono quattro quadri: sopra  il campo ocra e la torre grigia, sotto la torre ed il campo ocra. E’ delle famiglie Danzetta e Turriani. Nella quarantaseiesima Francesco in ginocchio, per terra, riceve le stimmate dall’Eterno  sul monte La Verna, in un paesaggio con montagne e cipressi. Si legge :” GLI APPAR L’ETERNO…”.  Nella quarantasettesima frate Leone,  con la testa appoggiata sulla mano sinistra, scrive la vita di San Francesco seduto davanti ad uno scrittoio mentre il santo, sempre  in ginocchio, conversa con un altro frate davanti a lui. La quarantottesima è inesistente.

Tutte le  sculture e gli affreschi di questo chiostro  sono   molto importanti  perché ci riportano ai collegamenti  del popolo tuscanese,  nei secoli passati,  con la Tuscia, la Toscana, l’Umbria,  le Marche, l’Abruzzo, Roma ed il Lazio. Inoltre ci fanno ricordare le numerose  famiglie  , gli ordini  carmelitano, francescano ed agostiniano, che si sono avvicendati lungo la  storia della nostra città con i loro carismi  ed il loro apostolato,  e tanti avvenimenti sociali,  politici e religiosi.

FONTI & BIBLIOGRAFIA

ASCOT:
Archivio Storico di Tuscania presso la Biblioreca
ARIANNA MARULLO:
La Chiesa di Santa Maria del Riposo a Tuscania, vicende storiche e decorative
  2001
FULVIO RICCI:
La Chiesa ed il Convento di Santa Maria del Riposo a Tuscania  2008
PIERO LANZETTA:
Appunti su stemmi, Famiglie e Palazzi di Toscanella e dintorni  2016 

 

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Il Cardinale Bedini a Toscanella

 

di Mauro Loreti
studioso e storico di Tuscania

 

Gaetano Bedini nacque a Senigallia e fu nunzio apostolico in Brasile, ebbe molti incarichi in Italia ed in Francia, fu arcivescovo di Tebe in partibus infidelium, poi di nuovo in Brasile  e negli Stati Uniti. Nel 1855, dopo essere tornato in Italia, fu segretario della Congregazione di Propaganda Fide.
Nel 1861 fu vescovo di Viterbo e Tuscania. Risiedeva per tre mesi all’anno nel Vescovado di Toscanella, a suo tempo il Palazzo di Alfonso Donnini. Fu creato Cardinale prete del titolo di Santa Maria sopra Minerva.

Il vescovo Bedini per recarsi in Cattedrale doveva passare per la strada della chiesa di Santa Maria della Rosa che, spesso, era allagata o impantanata,  perché nella piazza si creava un avvallamento e l’acqua piovana ristagnava, pertanto la fece rialzare.
Il 15 febbraio 1862 scrisse: “ Giunge il desiderato momento, dilettissimi figli, di poter soddisfare al primo e più interessante dovere del nostro Pastorale Ministero, aprendo in nome del Signore quella visita che tanto vivamente è raccomandata ed ingiunta dal Sacri Concili e dagli ordinamenti della Chiesa, e che deve essere vera fonte di benedizione per le anime vostre  e caparra di bene ordinato andamento di quest’antichissima e cospicua chiesa Toscanese. … quel beneficio che preme più assai al Pastore delle anime è quello che si riferisce allo Spirito e che più direttamente concorre alla vera salvezza delle anime vostre.  

A questo dunque in più particolar guisa dirigiamo le nostre parole e le dirigiamo al cuor vostro, sede dei vostri appelli, dei vostri desideri, delle vostre tendenze, dove occhio mortale non può penetrare, ma dove giunger può gradita e benedetta la parola che pone nel nostro labbro quello che è parola del Padre, Verbo incarnato, … preveniamo tutti che nel giorno 23 del corrente mese nella nostra Chiesa cattedrale di questa Città si farà da noi l’apertura solenne della Sacra Visita che proseguiremo in tutti i luoghi della Città e dipendenze secondo gli ordini che preventivamente faremo giungere ai rispettivi superiori delle chiese, corporazioni e luoghi pii ed a qualsiasi altro luogo a Noi soggetto come legati apostolici.”  

Il 16 febbraio 1862 si radunò il pubblico consiglio di Toscanella con il Gonfaloniere Andrea Paoletti, i tre Anziani Giuseppe Pontani, Giuseppe Dottarelli, Raffaele Spagnoli, i Consiglieri Carlo Bruni, Giuseppe Fiori, Bartolomeo Venturi, Egidio Egidi, Andrea Marinozzi  ed il deputato ecclesiastico Don Vincenzo Laurenti. Il segretario fece la lettura  della proposta dell’ampliamento della piazza innanzi il palazzo dell’Eminentissimo Vescovo.
Disse che tutti sapevano quanto fosse angusta la piccola piazza che era davanti il Vescovado tanto che era pericoloso l’accesso del Vescovo col suo “legno”. Per cui, per togliere i pericoli  e per rendere un ornamento a quella località, visto che c’era la favorevole combinazione che il vescovo stava risarcendo il suo palazzo ed il suo giardino annesso ed era favorevole all’ampliamento della piazza, cedendo una porzione di terreno, la Magistratura (la giunta comunale) fece redigere una perizia all’esperto Giacomo Casella per l’esecuzione di questo utile e necessario lavoro ascendente alla somma di scudi 301,47.

Inoltre il Cardinale fece costruire anche le scuderie nei vari ambienti riuniti in un fabbricato isolato, adibito a stalla per i cavalli e a rimessa delle carrozze, dei finimenti e del foraggio. Per non mandare la cosa in lungo la stessa Magistratura si era rivolta all’Apostolica Delegazione ( la Provincia) per avere la facoltà di eseguire subito il lavoro suddetto. La Delegazione trovando molto giusto quel progetto  ordinò che il Consiglio Comunale di Toscanella fosse convocato ad urgenza per risolvere sulla proposta.
Fu letta la perizia ed il Consigliere Venturi prese la parola e fu di parere di fare la fontana di San Pellegrino in modo più gaio di quello descritto  in perizia ed invece di rimettere in opera la fontana vecchia, progettò di stabilire una somma addizionale di altri scudi 100 onde la fontana stessa fosse più elegante e piacesse al Cardinale.  La vecchia fontana del 1600 era addossata al muro ed era quasi simile a quella di Montascide. Tutti aderirono al progetto del Venturi,  si passò quindi alla votazione: dieci favorevoli e nessuno contrario. il Segretario Comunale era Giuseppe Anguillara.   

La nuova fonte di San Pellegrino fu costruita in peperino, a sezione ottagonale con una colonna centrale decorata con lo stemma del Comune fra due grifi gettanti acqua dalla bocca e sorreggenti una piccola tazza circolare, sulla quale cade l’acqua dagli zampilli.
Questo fu il Capitolato per l’appalto della lavorazione da farsi per l’ampliamento della piazza innanzi il palazzo episcopale analogamente alla perizia e disegno eseguiti da Giacomo Casella.
1° La subasta partì da scudi 453,57.
2° i lavori da eseguirsi dopo tutte le debite approvazione.
3° i lavori da eseguirsi in tre mesi.
4° gli eventuali lavori addizionali con lo stesso ribasso e con l’approvazione della Magistratura.
5°  presenza dell’Assistente dei lavori.
6° i pagamenti in base agli avanzamenti  ed ai collaudi.
7°  i sassi del muro vecchio ed i selci vecchi restarono a favore dell’impresario senza poterli rimetter in opera ed i sassi che servirono per la costruzione del muro furono presi nuovi alla cava del Sasso Prezzato.
8° la ditta intraprendente lasciò il posto per collocare la fontana la cui presa fu a carico del Municipio appaltante.
9° la fontana vecchia ed i suoi gradini furono trasportati nei magazzini del comune.
10° i lavori furono eseguiti ad uso di buona arte con calce di buona qualità e rena di pari taglia.
11° il lavoro fu eseguito con perizia.
12° la nuova selciata fu compressa e assodata colla terra del giardino del vescovo.

Il 23 febbraio iniziò la visita pastorale  e nella cattedrale di san Giacomo Apostolo il Maggiore vi erano 13 canonici dei quali il primo con il titolo di Primicerio, il secondo di Archipresbitero  e nel numero dei canonici erano compresi il Penitenziario ed il teologo. Cinque erano i beneficiati ed un altro beneficato era il maestro delle cerimonie nelle messe solenni, nei vespri e nelle altre sacre funzioni. Nella chiesa dedicata alla Beata Maria Vergine in Pantano, che un tempo era cattedrale,  sei erano i canonici, di cui il primo era Priore.
Tre erano le chiese parrocchiali, la prima era della cattedrale, la seconda sotto il titolo di San Lorenzo, costruita in forma elegante da pochi anni e consacrata il 27 aprile 1828, la terza era sotto il titolo di San Marco in sufficiente stato. Vi erano altre dieci chiese e cinque pubblici oratori.   La chiesa di San Francesco dei frati minori era derelitta, nella chiesa di Sant’Agostino del venerabile seminario erano da rinnovare tutti i tetti.

Anche la chiesa della Beata Maria Vergine dell’Olivo era da riparare. Nessun monastero di uomini vi era in città ma un solo monastero di monache dell’Ordine di San Francesco sotto la regola di Santa Chiara. Vi era anche un Istituto Politecnico nel cenobio sotto il titolo di Santa Maria del Riposo che, prima, era abitato dai frati minori dell’Osservanza di San Francesco, nel quale vengono istruiti i giovani soprattutto  nelle discipline fisiche e matematiche e nell’arte agraria. Vi era un piccolo orfanotrofio dal 4 maggio 1822 con grande utilità di alcune fanciulle orfane.  Quattro erano in città le Confraternite delle quali la prima sotto il titolo del Santissimo Sacramento, la seconda del Gonfalone, la terza era di San Giovanni sotto il titolo della Misericordia.

La quarta era sotto il titolo di san Giuseppe sposo della Beata Maria Vergine. Vi era anche una quinta Società eretta di recente sotto il titolo delle cinque piaghe. Le scuole delle fanciulle avevano due maestre e poi una terza per il gran numero delle bambine. Nel Seminario vescovile, istituito nel 1916,  c’erano 17 alunni che erano istruiti nella disciplina ecclesiastica , nella lingua latina, nelle lettere umane, nella filosofia, nella dogmatica, nelle teologia e nella morale. Quasi tutti gli alunni , nei giorni festivi, servivano nella Cattedrale, soltanto alcuni nella Collegiata di Santa Maria Maggiore.

Il cardinale vescovo di Toscanella fu accompagnato da  Bonaventura Canonico Penitenziario Raffaelli Pro Vicario Generale, Giovanni Battista Rosati Primicerio della Chiesa Cattedrale di San Giacomo Apostolo il Maggiore, Giuseppe Di Lorenzo Archipresbitero della Cattedrale, Pietro Egisti Canonico Decano della Cattedrale, Vincenzo Laurenti Canonico Teologo della Cattedrale, Luigi Ruzzi Prore della Chiesa Collegiata di Santa Maria Maggiore, Giovanni Battista Sarnani Canonico Decano della Collegiata, Angelo Gentili Canonico della Collegiata, Giuseppe Moretti, canonico della Collegiata e Luigi Sartori Cancelliere.
Il 1° marzo il Gonfaloniere comunale  Andrea Paoletti notificò che, volendo il Municipio ampliare  la piazza innanzi il palazzo episcopale,  il 6 corrente si sarebbe proceduto all’atto per deliberare al miglior costruttore offerente.
Il 6 marzo 1862 davanti allo stesso Gonfaloniere vi fu l’asta con l’accensione delle tre candele e Domenico Menichetti offrì scudi 450, Francesco Bartoletti scudi 448. I testimoni furono Pietro Luchetti e Pietro Ambrogi.

Il giorno 8 marzo iniziò la visita pastorale nella chiesa cattedrale al fonte battesimale, agli oli sacri, alle sacre reliquie , all’altare Maggiore ed agli altari del Santissimo Sacramento della  famiglia Consalvi,  dei Santi Giusto e Giuliano, del Santissimo Crocifisso, della santissima Concezione, di San Gerolamo, di San Michele Arcangelo della famiglia Silvestrelli, della Beata Maria Vergine Lauretana   ed all’edicola dei Santi Martiri della Comunità di Toscanella.
Il 10 marzo fu la volta della chiesa di San Giuseppe con l’altare maggiore  e gli altari dei Santi Martiri Patroni, della Beata Maria Vergine del Cerro, di San Francesco da Paola della famiglia Miniati, di San Francesco Saverio. Lo stesso giorno, intanto , nel palazzo comunale  avanti il gonfaloniere e Raffaele Spagnoli Anziano, assessore, si procedette alla  miglioria di vigesima e Domenico Menichetti offrì 423,60 scudi, Domenico Carpinelli 400, poi ancora Carpinelli 360 scudi. I testimoni furono Paolo Pinoini e Vincenzo Viarili.  

Il 14 marzo si procedette ad un nuovo atto d’asta per la miglioria di sesta a ribasso e non essendoci offerte l’appalto rimase a Carpinelli. Testimoni Pietro Luchetti e Luigi Bengari. Saverio Pompei fece sicurtà a Domenico Carpinelli  per i lavori della piazza detta Cardinale.
L’undici marzo vi fu la visita alla Chiesa ed alla Parrocchia di San Marco , all’altare Maggiore,  ed a quelli di san Liberato della famiglia Consalvi e di  Santa Maria delle Grazie , quindi alla chiesa di San Giovanni con l’altare maggiore e quelli della Beata Maria Vergine dei sette dolori e di  Sant’Ubaldo.
Il 12 marzo fu la volta della Chiesa delle Rosa e della Confraternita del Gonfalone con gli altari del Purgatorio della famiglia Mansanti, del Santissimo Crocefisso, di Santa Lucia, di Santa Filomena, di San Carlo e del Santissimo Rosario.  Quindi la chiesa di Santa Maria ad Nives con l’unico altare.

La chiesa di San Biagio con l’altare maggiore e quello del Santissimo Crocifisso ed un oratorio dei Santi Angeli Custodi.  Il 14 marzo si recarono alla chiesa di San Silvestro che in quell’anno veniva restaurata per riportarla nella forma migliore. Poi l’Oratorio privato nel palazzo del conte Pocci  e l’Oratorio privato delle pubbliche carceri. A seguire la chiesa di Sant’Agostino spettante al Venerabile Seminario Vescovile con l’altare maggiore,  quelli di San Gaetano della famiglia Pocci,  della Natività della Beata Maria Vergine sempre dei Pocci, di San Tommaso di Villanova, di San Nicola, del santissimo Crocifisso e di Sant’Agostino.

Poi nel Venerabile Ospedale di S. Croce con l’unico altare. Il 16 marzo si recarono nella chiesa parrocchiale di S. Lorenzo dove furono ricevuti sulla porta dal Priore e dai Canonici  della santa Chiesa Collegiata di Santa Maria Maggiore ai quali di diritto spettava questa chiesa parrocchiale, tra il suono dell’organo ed il canto dell’antifona “Ecce Sacerdos” e del salmo “Benedictus” e visitarono l’altare maggiore, la cappella e l’altare dei Santi Martiri Secondiano, Veriano e Marcelliano Patroni Principali di questa Città, con la loro urna, e gli altari di San Luigi e di San Vito.

Il 22 marzo alla chiesa di San Paolo delle Monache e, nella porta, furono ricevuti dal loro confessore straordinario e visitarono l’altare maggiore dedicato a San Paolo e gli altri di San Francesco e San Carlo, la finestrella della comunione e le ruote.  Nel Monastro furono ricevuti nella porta dall’Abbadessa del monastero che  presentava il Coro,le grate, la sacrestia, il confessionale, il dormitorio, il noviziato, l’educantato, la clausura e l’orto.

Il 3 aprile nella chiesa rurale del tenimento di Montebello dedicata ai santi Gaetano ed Isidoro con un  unico altare. Lo stesso giorno  anche nella chiesa rurale del tenimento della Carcarella  dedicata ai santi Pietro e Paolo con un unico altare. Il 4 aprile presso la Chiesa Collegiata di Santa Maria Maggiore con l’altare maggiore e gli altri di Santa Maria ad Martyres, Santa Maria alle fonti, della Santissima Annunciazione, dei santi Raimondo e Benedetto,  poi alla chiesa di San Pietro con l’altare maggiore, quindi alla chiesa della Beata Maria Vergine dell’Edera con l’unico altare.
Il 10 aprile 1862 i consiglieri comunali  ed il deputato ecclesiastico Don Bonaventura Raffaelli si riunirono per deliberare la lavorazione da farsi per l’ingrandimento della piazza del vescovato, già decretata dal Consiglio ed  approvata in favore di Domenico Carpinelli per la somma di scudi 360. Da allora divenne la piazza del  Belvedere per lo splendido panorama.

 

torna a Arte & Cultura Mauro Loreti