l’Abbazia di San Giusto


di Mauro Loreti
studioso e storico di Tuscania

 

I Benedettini, i Cistercensi ed il mecenate Mauro Checcoli a Tuscania

Eugenio Battisti , storico dell’arte, nel 1951 scrisse: ” Può essere utile talora proporre problemi prima ancora di poterne additare una precisa soluzione, specie quando ciò costituisce un invito alla collaborazione nella ricerca e un appello alla tutela di un ‘insigne opera d’arte, altrimenti condannata in breve volger di tempo all’annientamento”.
E’ questo il caso della veneranda abbazia di San Giusto, presso Tuscania, la cittadina laziale ben nota ai medievalisti per l’ancor problematica basilica di San Pietro. Si tratta di un vastissimo complesso di edifici: chiesa, chiostro, officine e foresteria, sorgente lungo il Marta, l’emissario del lago di Bolsena, a cinque chilometri (da Tuscania) sull’antica strada che portava a Corneto  Tarquinia.

La posizione doveva essere strategica , nella umida conca percorsa dal fiume , per sorvegliare l’accesso dal mare all’alto Lazio.  Questa è forse la ragione delle sue alternative di sviluppo e di decadenza, conclusesi con l’abbandono nel 1460 e la progressiva trasformazione in rustici e stalle.”

Dalle cronologie antiche “ si ha notizia dell’adozione  da parte dell’abbazia di Fontevivo (Parma) della veneranda abbazia di San Giusto … e dell’invio ad essa di un gruppo di monaci il data 26 luglio 1146. Però già anteriormente S. Giusto aveva avuto lunghe vicende.

E’ quasi certa la sua origine benedettina … è probabile  anche che passasse ben presto ai Cistercensi, in occasione della riforma promossa da Ottone il Grande ( re di Germania, re  d’Italia  e Imperatore del Sacro Romano Impero): nello stesso Tuscanese , secondo un documento esistente a Cluny (Borgogna), un convento dedicato a San Savino passò al nuovo ordine nel 969.

Nell’abbazia oltre ai coltivatori ci furono anche  religiosi che erano  medici, architetti, agronomi, muratori, ingegneri e bonificatori.  Da San Giusto dipendevano le chiese di San Nicola a Tarquinia, Sant’Andrea a Centocelle (Leopoli), Santa Firmina a Civitavecchia, Santa Maria a San Lorenzo vecchio, Santa Maria a Roccarespampani  nella diocesi di Tuscania e San Mamiliano nell’Abbadia del Ponte nella diocesi di Castro.

Nel 1990 l’azienda e l’abbazia furono  acquistate dall’Ingegnere progettista architettonico  Mauro Checcoli di Bologna che nel 1964 alle Olimpiadi di Tokio  conquistò due medaglie d’oro nell’equitazione.  Il  mecenate provvide al totale restauro che ha riportato l’abbazia all’antico splendore anche con la perizia del tuscanese Rinaldo Celestini e delle sue maestranze.
Checcoli è stato definito da Vincenzo Ceniti :” novello mecenate di rango rinascimentale ed apprezzato ingegnere di impianti sportivi.”

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Pitigliano e Sovana


Le origini
Il territorio di Pitigliano risulta abitato sin dai tempi degli etruschi, che vi fondarono diversi insediamenti risalenti alla tarda età del Bronzo. Anche dove si è sviluppata la città sorgeva un centro etrusco, scomparso tra la fine del VI e gli inizi del V secolo a.C. e di cui è rimasta testimonianza dai resti delle mura rinvenuti.
La contea di Pitigliano
Le prime notizie di Pitigliano appaiono in una bolla inviata da papa Niccolò II al preposto della cattedrale di Sovana nel 1061, dove viene indicato come luogo di appartenenza della famiglia dei conti Aldobrandeschi.
Nel 1293 Anastasia, figlia della contessa Margherita Aldobrandeschi, sposò Romano Orsini portando in dote la contea di Sovana  e la sede della contea fu trasferita a Pitigliano. Gli Orsini governarono la Contea per secoli, tenendola al riparo dai continui tentativi di sottomissione da parte di Siena e Orvieto prima, e della Firenze medicea poi, nelle cui mani cadde successivamente.

Nel maggio del 1546 Pitigliano fu teatro di un duello che all’epoca fece clamore: si sfidarono infatti, i due noti capitani Giovanni Taddei, nobile fiorentino, ed Ascanio della Corgna signore di Castiglione del Lago. Per l’occasione giunsero in città tremila tra cavalieri ed esponenti della nobiltà, Giovanni Taddei restò ucciso e questo fu uno degli ultimi duelli, poiché nel 1563 il Concilio di Trento proibì questa forma di controversia che tuttavia continuò ancora per molto tempo in modo clandestino.
Nel 1547 fu proclamato signore della contea Niccolò IV Orsini, ma il suo governo durò poco e finì male. Il tribunale dell’Inquisizione lo imprigionò dopo averlo sottoposto a giudizio e a seguito di alterne vicende e intrighi politici, nel 1604 Cosimo de’ Medici ne prese possesso. Tuttavia il dominio mediceo non portò gli effetti sperati, Infatti i Medici si disinteressarono delle sorti della città, che cadde in declino, e soltanto nel 1737, anno in cui il granducato passò ai Lorena, Pitigliano conobbe una lenta ripresa economica e culturale. Di qui in poi le sorti della città seguirono quelle del Granducato di Toscana, fino al 1860 quando con il plebiscito, Pitigliano aderì al Regno d’Italia.
La storia della città è stata fortemente influenzata dalla presenza degli ebrei e ancora oggi è conosciuta come la piccola Gerusalemme d’Italia per via di una comunità che vi arrivò nel XV sec., che vi trovò rifugio dalle persecuzioni nel XVI secolo. Un’associazione si occupa del patrimonio ebraico della città, tanto che la sinagoga e il quartiere ebraico sono stati restaurati e sono visitabili. Oggi è un’apprezzata meta turistica grazie alla peculiarità del suo centro storico, che ha permesso il suo inserimento nella lista dei borghi più belli d’Italia dell’ANCI.

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