La Riconquista di Toscanella

LA ROCCA ALBORNOZ DI VITERBO

di  Mauro Loreti
studioso e storico di Tuscania e della Tuscia

 

La Riconquista di Toscanella
1354
da Giovanni di Vico al Crdinale Albornoz

Nel   1338 Giovanni Di Vico era stato nominato vicario nel Patrimonio dall’imperatore Ludovico il Bavaro ed entrato a Viterbo uccise il fratello Faziolo, fedele al papa. Allargò la sua  dominazione cominciando da Vetralla che fortificò e nel 1345 si impossessò di Orvieto. Nel 1346 coi fratelli Pietro, Ludovico e Sciarra e i Monaldeschi di Orvieto prese Piansano, Marta, Bagnorea , Toscanella ed altre terre.   A Viterbo  fu eretta in piazza del comune un’aquila ghibellina che teneva tra gli artigli lo stemma del re di Napoli, principale sostenitore dei guelfi.

Nel  luglio del 1347 Cola di Rienzo  (Nicola di Lorenzo Gabrini tribuno del popolo romano e notaio) chiamò Giovanni Di Vico  in Campidoglio per discutere dello stato di Viterbo e per pagare le imposte. Egli non obbedì e Cola lo dichiarò ribelle alla Chiesa ed al comune di Roma, lo depose dalla carica di prefetto, gli ingiunse la restituzione di Rocca Respampani e gli dichiarò guerra. Fu quindi assalito da 6.000 fanti e 1.000 cavalieri, si arrese, promise l’ubbidienza, mandò il figlio Francesco in ostaggio e, poi,  vestito di bianco con ramoscelli di ulivo in mano si dovette gettare ai piedi del tribuno Cola, implorando perdono e fu portato in carcere.  Nel mese di agosto fu liberato dopo che il castellano di Respampani prese possesso della rocca. Giovanni in seguito ottenne Civitavecchia pagando un censo di 200 fiorini l’anno.

Nel 1348 ci fu la peste nera con la grande moria. Il 9 settembre 1349 vi fu anche un terremoto. Nel 1350 quasi tutte le città ed anche alcuni villaggi del Patrimonio di San Pietro si ribellarono alla sede apostolica e tutti furono occupati dal tiranno ghibellino Giovanni Di Vico che signoreggiò su Viterbo, Orvieto, Toscanella, Corneto, Montalto, Bolsena, Civitavecchia, Narni, Amelia, Terni, Rieti e Spoleto.  A Toscanella governava per lui il fratello Sciarra. Nel mese di giugno 1353 andò  nel “castellare Montis Belli  et destructa  fuit Roccha Romane Ecclesie per Iohannem de Vico Prectum urbis” e poi si impossessò di Corneto.

Il cardinale Egidio Gil Alvares Carrillo de Albornoz fu primate di Spagna, condottiero di guerra e vicario generale degli stati papali. Nel 1353 il pontefice Innocenzo VI lo nominò suo legato (inviato) in Italia ed egli incassò le decime e prese tutte le altre decisioni di governo, trovandosi il papa in Avignone. In Italia  collaborò con lui  il barone spagnolo Simon Pedro de Carvajal, detto Simoncello, suo parente. C’era come alleato anche Cola di Rienzo, perché si combatteva contro il prefetto, e i due si incontrarono a Montefiascone, dove  il cardinale era entrato il 20 novembre, e vi restarono per tutto l’inverno. Nel novembre del 1353 l’esercito di 10.000 fanti romani dell’Albornoz era capitanato da Giovanni Conti di Valmontone. Nello stesso mese nelle vicinanze di Orvieto Giovanni Di Vico, chiamato dall’Albornoz, rese atto di omaggio al cardinale ed accettò il principio che le terre spettanti allo stato della Chiesa dovessero essere restituite mentre la sua famiglia avrebbero conservato i possessi ereditari. Subito però Di Vico si pentì del trattato e continuò la lotta con  le armi. Nel gennaio del 1354 fece scorrerie fin sotto la rocca di Montefiascone con le sue milizie soprattutto tedesche, poi rientrò in Orvieto mentre governava anche Viterbo. Nel mese di marzo il fratello Pietro Di Vico uccise i nobili guelfi viterbesi che si erano ribellati. Ad Orvieto fece la stessa cosa il figlio di Giovanni, Francesco. Poi però venne sconfitto dai guelfi a Petroio  e ad Acquapendente. Perse anche l’Abbadia al ponte.  Il 10 marzo 1354 i guelfi  Pietruccio di Cola Farnese con 300 fanti,  i cavalieri di Perugia ed il cornetano fuoruscito Ludovico Vitelleschi assediarono Toscanella che era difesa dal ghibellino Sciarra di Vico. Il 18 fu presa. Nell’aprile del 1354 Giovanni Di Vico volle tentare la sorte, uscì nel campo fuori Montefiascone che era assediata dal cardinale  ma la fortuna gli fu contraria, il suo esercito fu vinto, anche lui fu ferito e si salvò fuggendo a cavallo.

Dopo questa vittoria l’Albornoz scese immediatamente a Toscanella , appena occupata dai guelfi ed il 3 aprile vi fu la resa. “Iohannes De Vico perdicionis alumpnus (figlio della perdizione) nominatur in publicis tabulis quibus civitas Tuscanellae obedientiam praestitit Aegidio Card. Legato III aprilis MCCCLIV .”  Cola ed il cardinale parteciparono insieme alla riconquista di Toscanella che fu fatta con accordi di cui Albornoz era maestro. 

Secondiano Campanari scrisse:” l’animo insaziabile del prefetto Giovanni Di Vico, che sempre era con desiderio di sottomettere i popoli liberi, pose l’occhio addosso a Toscanella e, soggiogatola  la tenne con tirannesco modo più mesi. Dalla quale signoria la tolse nel marzo del 1354, assolutala, che scomunicata ed interdetta era, per trattato, il cardinale di Spagna legato del papa; il quale menando con sé  Cola di Rienzo e messi a ordine diecimila fanti e mille trecento cavalli, era sceso sopra il prefetto e si combatté con lui; e quello fu il primo acquisto che il legato facesse contro al Di Vico.”  Il 3 aprile del 1354 si svolse il Consiglio Generale di Tuscania  nel palazzo municipale. Si incaricò Puccio di Ciano , come procuratore del comune, per chiedere perdono al legato pontificio cardinale Egidio Albornoz per tutte le colpe commesse dai tuscanesi contro la chiesa dal 1316 al 1342 avendo collaborato con l’esercito di Giovanni Di Vico ed avendo danneggiato la Rocca. Subito dopo Puccio di Ciano si presentò davanti al cardinale legato  che era a Toscanella in un palazzo nel terziere di  Poggio Fiorentino  , si inginocchiò, lesse la sua nomina ( il giudice del Patrimonio Cante di Parma volgarizzò il testo latino in spagnolo), chiese perdono, riconobbe le accuse ai tuscanesi e giurò fedeltà alla Chiesa in nome del comune; allora il cardinale ordinò al podestà, al procuratore ed ai consiglieri di convocare un parlamento generale di tutti i tuscanesi ,per il giorno successivo, in cui ogni singolo cittadino avrebbe dovuto prestare giuramento, incaricò l’uditore Giovanni di Martino de la Sierra di assistere al parlamento e di concedere dopo il giuramento, essendo sacerdote, a ciascuno l’assoluzione delle colpe, togliendo le scomuniche, l’interdetto e la condanna , riservando al cardinale l’imposizione della penitenza.

“Congregato et convocato generali et publico parlamento Hominum dicte civitatis Tuscanensis ad sonum campane et tubarum (delle trombe) vocemque preconis (del banditore)”  il 4 aprile fu convocato il parlamento generale di tutti gli uomini di Toscanella nella chiesa di S. Pietro dove si tenevano i parlamenti pubblici. Davanti agli oltre 370 uomini presenti,  il giudice Cante di Parma lesse traducendo in volgare gli atti stipulati in latino. Si votò e tutti ,  approvarono quanto era stato deliberato giurando in coro : “ Viva la Chiesa! Viva la Chiesa! “  “Omnes et singuli eorundem simul unanimiter et concorditer, ipsorum   nemine discrepante, sederunt viva voce dicentes “vivat Ecclesia! vivat Ecclesia!” Quindi giurarono tutti uno per volta sul Vangelo.  Infine nel terziere di Poggio Fiorentino il cardinale accolse favorevolmente la richiesta, invocò il nome di Gesù Cristo, tracciò il segno di croce e dichiarò di assolvere il comune. Il suo vicario ed uditore Giovanni di Martino de la Sierra espletò le formalità della sottomissione, compreso il giuramento di fedeltà alla Chiesa.

Scrisse Carlo Calisse  che dopo la riconquista di Toscanella  l’Albornoz “sente che il prefetto è uscito di Orvieto e va, come a luogo più sicuro, a trincerarsi in Acquapendente ;  ei manda a troncargli il cammino, avviene altro scontro, è di nuovo disfatto il Di Vico e di nuovo si salva fuggendo in Orvieto. L’esercito vincitore  ritorna verso la maremma, è presa Rocca della Badia, Canino si arrende, ma non si arrende Corneto, anzi si dichiara fedele al prefetto e le genti della chiesa lo cingono di assedio, mentre l’Albornoz era intento a condurlo a buon fine, il prefetto uscì in campo di nuovo. Tutta la famiglia Di Vico era in arme, per veder di scongiurare dalla casa il supremo pericolo: Francesco guardava Orvieto come vicario del padre; Pietro, fratello di Giovanni, custodiva Viterbo; Ludovico, altro fratello, difendeva Corneto; Sciarra (altro fratello) era nei dintorni di Toscanella ed egli Giovanni accorreva ove l’opportunità lo chiamava.”  Il 9 giugno infine l’Albornoz entrò in Orvieto. Giovanni di Vico si prostrò in ginocchio, confessò in pubblico la sua perfidia,  chiese l’assoluzione delle tre scomuniche, confermò di accettare la resa  e giurò  fedeltà e vassallaggio alla Chiesa. Il cardinale lo fece stare genuflesso  per molto tempo prima di assolverlo.

 Il 26 luglio l’Albornoz pose la prima pietra della rocca a Viterbo che porta il suo nome.  Riconquistò poi Spello, Amelia e Gubbio.  Nel frattempo Giovanni di Vico promise di restare lontano dalla città di Orvieto e dal contado di Viterbo per 12 anni durante i quali fu governatore di Corneto con la collaborazione del fratello Ludovico. Giovanni Di Vico fu considerato il personaggio più illustre e spregiudicato della famiglia. Dopo la riconquista  il cardinale Albornoz convocò un Parlamento a Montefiascone  con i delegati di tutte le città ed i castelli del Patrimonio. Quindi nominò i podestà ed il rettore provinciale.  

 

Fonti e Bibliografia
GIUSEPPE GIONTELLA , ANNA ALBERTA SANTI  
Codice diplomatico Tuscanese (XIV secolo)
CARLO CALISSE  
I Prefetti di Vico
EUGENIO DUPRE’ THESEIDER  
Roma dal comune di popolo alla signoria pontificia
SECONDIANO CAMPANARI  
Tuscania e i suoi monumenti

 

 

 

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I Piccolomini da Siena

 

 

 

di  Mauro Loreti
Accademico, studioso e storico

 

 

I Piccolomini da Siena

Negli anni dal 1458  al 1464  Guido , per tre volte  , si impegnò come Doganiere relativo al gran movimento di bestiame ovino, bovino e cavallino che dall’Appennino umbro, marchigiano e sabino svernava nelle campagne di Tuscania e della provincia  del Patrimonio di San Pietro in Tuscia.  Era senese e parente del papa Pio II Enea Silvio Piccolomini.  Il suo ufficio e quello dei collaboratori si trovavano nel palazzo della Dogana nella piazza di Torre di Lavello.

I terreni del territorio di Toscanella, nei quali i Doganieri del Patrimonio avevano il libero diritto di seminare e pascolare ad esclusione di qualunque altra persona, erano le tenute di Montebello, Carcarella, Pian d’Arcione,  San Savino,  San Secchio, Mignattara, Pastinistalla, Poggio della Ginestra, Poggio Martino di Fani e Castel Ghezzo e Poggio Martino di Sacchetti  cioè  4.469  rubbi, ettari 8.260 dei migliori terreni.  Gli allevatori del crinale appenninico pagavano la fida, una tassa ogni cento capi di bestiame allo Stato Pontificio.

Nel 1458 il papa gli comunicò di aver ricevuto gli oratori del comune di Tuscania che lamentavano un danno economico, non potendo i cittadini far pascolare gli animali nel territorio comunale,  che era stato inserito  nella stessa  Dogana.  Gli ordinò quindi di permettere ai tuscanesi di pascolare  usufruendo dei pascoli  locali senza dover portare gli armenti lontano.
Nel 1461 il papa chiese ai Priori che, per comodità,  era opportuno che il doganiere Guido tenesse la copia di una delle porte della città.

Nello stesso anno promulgò una costituzione  che imponeva , in termini perentori , ad ogni proprietario dei pascoli nei confini della Dogana , di affittarli soltanto ai doganieri. In realtà i rapporti tra i doganieri ed i cittadini proprietari dei terreni non furono mai sereni. La Reverenda Camera Apostolica dalla vendita delle erbe ricavava un’alta entrata per il bilancio statale. Nel 1462 Guido ordinò , insieme al papa, al priori del  Comune di Tuscania di inviare 200  rubbi di orzo, 400 quintali, a Proceno , necessari per quella popolazione.

Nello stesso anno Guido Piccolomini scrisse a tutti i titolari della Amministrazioni pubbliche del Patrimonio intimando di non interferire nell’uso dei pascoli.  In quell’anno  papa Pio II ed altri prelati andarono sull’isola Bisentina e , dopo le sacre funzioni ed il desinare, nel pomeriggio assistettero ad una  regata  organizzata da Gabriele Farnese, figlio di Ranuccio e di Agnese Monaldeschi, con 5 barche di Bolsena, Valentano,  Corneto, Marta e Grotte.

La mossa fu a Capodimonte  e la meta nell’isola: vinsero i  Martani. Nel 1463 emise un bando ordinando che  nessun fidato della Reverenda Camera Apostolica ardisse o presumesse di dare danno con gli animali nelle messi. Guido abitava nel suo palazzo  A Toscanella nella Via Maggiore che dalla porta di Poggio Fiorentino conduce alla Torre di Lavello.

Alla fine del suo incarico l’immobile fu acquistato da Pietro Paolo di Oddone Ciglioni detto anche Loddo ed in seguito , nel corso del 1500,  fu ereditato da suo figlio Giovanni Battista. Sul camino di marmo della sala c’è ancora lo stemma con i 5 crescenti  della famiglia di Siena , affermata nel commercio, nelle armi, nella cultura e nelle scienze, e le  sue iniziali G e P. 

Nel 1467 viveva a Toscanella un parente di Guido, l’avvocato  e notaio  Cristoforo di mastro Giacomo Piccolomini che , nel consiglio comunale, propose di nominare una commissione di 12 uomini per fare un elenco dei corsi che vivevano correttamente nella città: alcuni erano proprietari di immobili, altri salariati fissi, operai nelle aziende agricole e guardiani del bestiame.  Vi erano anche dei creditori di denaro. Nello stesso anno,   insieme ad altri cittadini , fu incaricato dal consiglio comunale di appaltare la costruzione della nuova cappella dei Santi Martiri Secondiano, Veriano e Marcelliano  nella chiesa di Santa Maria della Rosa.

Nel 1488 fu oratore insieme ad  Antonio di Bartolomeo alle esequie della contessa Elena Conti di Montalcino, moglie di Niccolò Orsini conte di Pitigliano.  Nel 1492  si recò a Roma dal papa Innocenzo VIII, Giovanni Battista Cybo, per chiedere di non pagare le 2.000 some, 6.000 quintali, di grano relativi alla multa subita dal Comune a causa dell’omicidio di Bernardino della Posta. 

Nello stesso anno con il medico Gregorio Silvani, Lattanzio di Pietro Paolo ed Antonio di Bartolomeo andò nella Capitale  a rendere omaggio al nuovo pontefice Alessandro VI. Con altri cittadini chiese per i tuscanesi l’uso del pascolo  della Dogana per un anno senza pagare la fida, la tassa, al vice doganiere Giovanni Battista Spiriti,  onde far pascolare le 16.000 pecore dei paesani.   Nel 1493 portò due doni della Comunità ad Alessandro Farnese che era stato eletto cardinale. 

Nello stesso anno, da gonfaloniere , fu uno degli organizzatori del ricevimento nella visita del papa a Tuscania. Cristoforo fu cancelliere negli anni 1462, 1463 e 1467 e gonfaloniere nel 1467, 1483, 1488 e 1493.  


FONTI E BIBLIOGRAFIA 

ASCOT:  Archivio storico del Comune di Tuscania 
GIUSEPPE GIONTELLA: Codice diplomatico tuscanese ( XV secolo ) 
GIUSEPPE CERASA: L’agro tuscaniese e i diritti civici i pascoli 
ALFIO CORTONESI: Pascolo e colture nel Lazio alla fine del Medioevo 
PIERO LANZETTA: Appunti su stemmi, famiglie e palazzi di Toscanella (Tuscania) e dintorni 
ROMUALDO LUZI: La gara di barche del 1462 per Pio II Piccolomini 
SECONDIANO CAMPANARI: Tuscania e i suoi monumenti  
GERMANO GABRIELLI: La dogana dei pascoli nell’Alto Lazio nel XV secolo 
MARIO CARAVALE – ALBERTO CARACCIOLO: Lo stato pontificio da Martino V a Pio IX 
JEAN-CLAUDE MAIRE VIGUEUR: Les paturages de l’Eglise et la Douane du bétail dans la Province du Patrimonio  ( XIVe – XVe siècles) 

 

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