di  Mauro Loreti
Accademico, studioso e storico 

 

La Famiglia Giannotti

Nel 1438 Stefano Giannotti, proveniente da Firenze,  abitava nella  sua casa nella contrada di San Pellegrino del quartiere dei Castelli. Fu il primo della famiglia che si trova nei documenti tuscanesi. Nel passato  questa  fu una delle più importanti ed attive nell’arco di cinque secoli a Tuscania.  Nel 1452 Paolo di Stefano fu assessore comunale, Antonio di Giovanni nel 1498 risulta coltivatore di foraggi ed allevatore.
Francesco di Antonio dal 1510 al 1523 fu appaltatore delle gabelle comunitative. Nel 1521 gli furono restituiti i beni che gli avevano confiscato dopo che era stato esiliato, ingiustamente, subendo un notevole danno. Nel 1526 Sebastiano di Giovanni era assessore  e nel 1557 notaio, aveva un terreno a  prato  di 5 falciate ed 1 salma a grano, ettari 1,75, a Valle Guidone,  un altro terreno a Selva Castalda, una casa adatta per lo stoccaggio del fieno nella contrada  Subporta  di San Leonardo, pro indiviso con Domenico Silvestri da Caere.
Nel 1542 Mario di Francesco  era un facoltoso cittadino: allevava  molto bestiame ovino, e ricopriva la carica di  assessore  comunale.
Antonio di Francesco, uno dei più ricchi  con molto bestiame minuto, nel 1538 assegnò le seguenti proprietà:  una casa dove abitava nella via Maggiore nel terziere di Poggio, un’altra casa vicino alla chiesa di San Matteo, un’altra nello stesso terziere, una vigna nella contrada della Petrella di 30 zappe, un ettaro e mezzo,  un’altra vigna di 6 zappe, mq 3.000,  nella contrada di Vallingo,  un’altra vigna di zappe 2, 1.000 mq, al Muratolo, un terreno di salme 25, ettari 43, a Valleguidone, un altro terreno di salme 7, ettari 12,  al Pian di San Giusto, un altro terreno detto la poppa dell’ Arrone dove passa  la strada che va a Canino di salme  8, ettari 14, un altro pezzo di terra nella contrada  Acqua Viola di salme 2,  ettari 3,5, un prato nella contrada di Capecchio di falciate 5, un altro pezzo di prato di 1 falciata  di là dal fosso di Capecchio, un altro pezzo di prato nella stessa contrada di 7 falciate,  un prato nella contrada della Riserva di una falciata ed un  magazzino nella strada della Corsa. Fu notaio dal 1558, Gonfaloniere del popolo nel 1556 e nel 1560. Nel 1561  un altro terreno a Pian di Vico.
Sempre da Gonfaloniere andò nel 1565 a Roma  con altri per risolvere le problematiche sorte dopo l’uccisione del gonfaloniere Federico Monti.
Ancora Gonfaloniere nel 1566 e nel 1569 Iniziò la costruzione del palazzo di famiglia, imponente ed elegante, a pianta quadrangolare con un cortile interno,  con il portone d’ingresso incastonato da forti bugnature a cuscinetto, con le bugne di profilo convesso, molto pronunciate. Nel primo e secondo piano le belle finestre cinquecentesche rinascimentali in nenfro, al piano terra magazzini e cantine.

Giovanni di Sebastiano assessore nel 1557, 1562, 1564, nel 1565 a Roma con altri  come Antonio, nel 1566 consigliere comunale. Abitava nella casa in Poggio con il fratello Orazio con cui divideva anche i terreni: un oliveto a Valle Guidone, dei campi nella contrada Prati e a Ficulna Rotonda, a Rusciavecchia ed al Muro rotto.
Mario di Francesco nel 1599 assessore quando fu data nuovamente  la concessione del convento e della chiesa di Santa Maria del Riposo ai francescani. Coltivava dei terreni alla Petrella,
Don Marcantonio di Mario canonico del Capitolo della cattedrale di San Giacomo Apostolo Maggiore dal 1574.
Francesco di Antonio e di Giulia Ciotti di Secondiano, nato nel 1533, partendo da Toscanella percorse per molti anni quasi tutta l’Italia: Perugia, Siena, Ferrara, Viterbo  poi si fermò a Roma dove nel 1559 fu avvocato nel rione di Sant’Eustachio, nel 1569 ottenne la cittadinanza romana.
Frequentava il palazzo del cardinale Alessandro Farnese a Roma insieme a poeti e letterati tra i quali il poeta Antonio Ongaro, padovano, che lavorava da cancelliere per i Farnese a Valentano. Francesco fu anche consigliere comunale di Roma. Tornato a Tuscania ricoprì anche la carica di vice doganiere dei pascoli della transumanza appenninica per 5 anni. Da consigliere comunale difese i pascoli dei cittadini tuscanesi dall’ingerenza di poteri vari. Nel 1564 e nel 1566 da consigliere comunale fu ambasciatore a Roma per il Comune per i problemi sorti dopo il misfatto in cui rimase ucciso il gonfaloniere Federico Monti. Nel 1577 era uno dei più grandi allevatori di ovini che pascolavano nei suoi terreni nelle località: Pian di Vico, Petrella, Vallengo, Muratolo,  Vallevidone, Piano di San Giusto, Poppa del fiume Arrone, Acquaviola, Capecchio e Riserva. Nello stesso anno andò a Roma per risolvere il problema dell’infestazione dei grilli e per la riscossione delle entrate dell’affitto delle erbe delle tenute comunali. Gonfaloniere del popolo nel 1581 e nel 1588 quando corresse gli statuti comunali insieme a Cesare Ciotti, Pietro Maccabei ed al podestà commissario di giustizia Timoteo Marzi da Monte San Giusto.

Nello stesso anno fu procuratore presso l’alma città di Roma della confraternita tuscanese dei Disciplinati e del Gonfalone. Dopo il suo interessamento vi fu l’aggregazione con quella di Roma con i seguenti impegni dei confratelli: ascoltare frequentemente le prediche della parola di Dio, confessare i loro peccati, ricevere il santissimo sacramento dell’Eucarestia, pregare, visitare i malati e soprattutto i confratelli, associare altri benefattori cristiani, effettuare le sepolture,  pregare per le anime, celebrare e  far celebrare i divini offici, dare le doti alle ragazze povere,  chiedere le offerte per la redenzione dei cristiani prigionieri degli infedeli musulmani. Intorno al 1590 scrisse il “BREVE E COMPENDIOSO DISCORSO DELL’ANTICHITA’ DI TOSCANELLA CON I NOMI DEGLI AUTORI  CHE NE PARLANO E TAVOLA DELLE COSE NOTABILI”. Iniziò la sua opera descrivendo la posizione della città di Tuscania in mezzo ad una amplissima e fertilissima pianura, in un sito bellissimo,  quasi all’ombelico del Patrimonio di San Pietro, contigua a due fiumi, l’uno Marta e l’altro Maschiolo. Le mura racchiudono il colle Montium con il palazzo vecchio, la Civita con San Pietro e le torri, il Poggio con la Torre della Vela e la cattedrale di San Giacomo, Montascide col Monastero, il colle di Giove con l’ospedale di  San Giovanni, ed il palazzo dei Priori ed anche la chiesa di Santa Croce con altro ospedale ed il convento di San Francesco. Oltre ai nomi delle persone più notabili di Toscanella aggiunse che vi abitavano i faggiolani  provenienti dai feudi del monte della Faggiola, i carpegnoli di Carpegna, i vissani di Visso, i norcini di Norcia, i regnicoli degli Abruzzi ed i campagnoli della provincia di Campagna.  Vi è poi l’arringa contro il frate agostiniano viterbese Giovanni Nanni detto Annio che, nei suoi scritti, con false storie e con reperti completamente contraffatti, volle far credere che Viterbo fosse l’antica città Etruria ed inventò addirittura testi latini e greci per celebrare la sua città,da falsario, con tante elucubrazioni. Oltre a denigrare la città di Tuscania Annio cercò addirittura di appropriarsi del suo nome prestigioso con documenti apocrifi. Francesco non tollerò questa denigrazione e la sua requisitoria è lunga ma giustificata, perché provocata. Scrisse anche di aver trovato a Toscanella una medaglia d’argento purissimo del 250 avanti Cristo con in un lato una nave e nell’altro la testa bifronte di Giano.
Francesco fece leggere il suo manoscritto ad Ongaro ed il poeta dedicò un sonetto a Tuscania chiamandola “alma regina d’ Etruria che frenò gente bellicosa e fiera” e scrisse anche che veramente Francesco aveva restituito a Toscanella il suo passato, riuscendo a tramandare le sue memorie e gli onori. Nel 1591 fu Gonfaloniere e ricevette una lettera del cardinale Ferrante Taverna, governatore della provincia, sulle questioni comunali, ancora Gonfaloniere negli anni 1593,  1596,  1587, 1599 e 1606.
Fu presente  nel 1599 alla presa di possesso della chiesa e del Convento di Santa Maria del Riposo dopo l’abbandono degli Agostiniani.
Aveva un prato anche nella contrada di Valle Sarnana. Nel 1603 fece porre una lapide nella chiesa di San Biagio dove pensava che sarebbe stato sepolto. Si legge che si era dedicato ogni giorno alle pratiche religiose per la salvezza della sua anima. In realtà poi fu sepolto a San Francesco dove la famiglia Giannotti  aveva la cappella del Crocifisso già dei Ciglioni. Nel 1605 con altri allevatori ricevette in affitto le erbe delle bandite comunali di Pantalla, Campo Villano, Pian di San Lazzaro, Pian di San Giusto, Vallevidone, Pian di Vico, Comunella e Petrella per 7 anni. Completò la costruzione del palazzo di famiglia dove pose la scritta. “ FRANCISCUS GIANNOTTUS ROMANUS CIVIS”. Morì nel 1607.
Pietro Paolo di Lavinia Benedetta, nipote e figlio adottivo di Francesco, sposato con Giulia Vipereschi, cornetana, nel 1566 consigliere comunale, 1588 assessore. Nel 1591 il cardinale milanese Ferrante Taverna, governatore della provincia, da Corneto scrisse una lettera a Pietro Paolo circa le attività amministrative comunali, nel 1593 il vice legato della Provincia, con una lettera da Viterbo, lo incaricò come Capitano della Fiera di maggio. Nel 1596 e 1600 Gonfaloniere. Coltivava un terreno come affittuario nelle mandre comunali di Pantalla e prendeva in affitto  le erbe dei terreni comunali per l’allevamento del bestiame. Insieme alla moglie aveva una cappellania in un altare della chiesa di Sant’Agostino. Nel 1800 la cappella passò alla famiglia Turriozzi.
Orazio di Sebastiano assessore nel 1594 e 1595. Nel 1594 Pietro Mellini, vice legato della Provincia del Patrimonio di San Pietro in Tuscia, da Viterbo scrisse una lettera confermando lascelta di deputare come Capitano della Fiera di Maggio proprio Orazio. Nel 1597 la stessa lettera fu scritta dal Governatore Bonviso Bonvisi sempre per Orazio. Abitava  in Poggio col  fratello Giovanni.
Scipione di Orazio notaio dal 1563 al 1565, assessore nel 1561, Cancelliere comunale nel 1567, nel 1568  il papa Pio V ratificò la sua elezione a cancelliere ed il 31 luglio prestò il giuramento nelle mani del vescovo di Macerata Gerolamo Melchiorri, chierico della Reverenda Camera Apostolica, sostituto del cardinale camerario Vitellozzo Vitelli.
Nel 1569 ricevette due salme di grano, 6 quintali, da Girolamo Fani per la semina nel suo terreno. Al momento del raccolto successivo restituì  il seme.  Cancelliere  comunale nel 1573.
Lorenzo notaio dal 1563 al 1591, Secondiano di Antonio sposato con Teodora Capogalli, notaio dal 1560 al 1591, cancelliere comunale negli anni 1579, 1580, 1581, 1583,1584, 1585  e 1587, scrisse  i libri dei consigli comunali, degli istrumenti, dei debiti e dei crediti della Comunità e delle patenti professionali.
Gonfaloniere nel 1579, 1583 e 1587, assessore nel 1561, 1563,1565, 1572, 1573 e 1577 e 1590, Gonfaloniere  nuovamente nel 1591, 1595 e 1597. In particolare nel 1587 rogò l’atto di donazione da parte del Comune del palazzo già Pini, dietro la cattedrale di San Giacono, al vescovo Montigli visto che l’episcopio della basilica di San Pietro era fatiscente come anche quello presso la chiesa di Santa Maria della Rosa.
Nel 1596 Agnese di Antonio era l’Abadessa nel monastero francescano di San Paolo.
Nel 1603 la famiglia pose una lapide  presso l’altare del sacro presepe,  nella chiesa di Sant’Agostino,  per le anime dei loro antenati,  secondo gli atti del notaio Claudio Pedonelli.
Ascanio di Secondiano  notaio dal 1612 al 1631, nel 1612 effettuò un prestito al convento di Sant’Agostino per le necessità dei religiosi. Inoltre affittò loro un suo terreno di Montebello. Abitava nel palazzo di famiglia di suo padre e di suo zio Francesco, vicino alla cattedrale.
Emilio di Pietro Paolo era sposato con Proserpina Danzetta ed i loro due stemmi sono presenti, dipinti con il colore rosso, nella loro cappella a destra nella chiesa di San Francesco. A sinistra quello della famiglia Giannotti: un ovino con la bandiera con la croce e le bande in diagonale, a destra quello della famiglia Danzetta con la stella ad otto punte e la luna crescente. Marco Antonio di Pietro Paolo nel 1618 nobile romano, doctor iuris utriusque nel 1620 prese in affitto con altri allevatori le erbe delle terre comunali per 5 anni, nel 1622 sposò Laura Cavetani e nella fontana di fronte al loro palazzo i loro due stemmi: a sinistra quello Giannotti ed a destra Cavetani. Quella fontana prima era all’interno del cortile del palazzo Giannotti. Nel 1624 insieme al capitano Fabrizio Pocci progettò vari lavori per l’utilizzo dell’ Acquaforte sulfurea a San Savino.

Nel 1634 scrisse al Gonfaloniere ed agli assessori della antichissima Tuscania già Etruria, allora detta Toscanella, presentando il libro manoscritto del suo zio Francesco,  quale lume  nelle tenebre ed oscurità della Città nostra e  fatica del suo Avo  per far conoscere la verità dell’antica storia di Tuscania.
Terminò la lettera  auspicando alla città  di gloriarsi di essere protetta dalla onnipotente mano di Dio, per mezzo dei Santissimi Martiri in virtù del trionfale Vessillo della Santa Croce, eletto da Cristo per difesa della Verità e distruzione della bugia. Si augurava inoltre la protezione e la difesa del  Signore Dio Nostro  per intercessione dei suddetti Santi Martiri, da ogni ingiuria e la concessione della  vera pace e concordia dei Cittadini, dell’abbondanza di ogni bene e della sua Santa Grazia.
Nel 1637 fece opera di mediazione andando a Viterbo da Alessandro Orsini offrendogli l’affitto delle erbe comunali in modo che il Comune di Toscanella potesse riscuotere  un’entrata certa per il bilancio. Nel 1643 e nel 1648 fu sempre uno dei consiglieri comunali più attivi per risolvere i problemi degli affitti.

Nel 1648 completò il palazzo di famiglia con ulteriori lavori come risulta dalla iscrizione in una finestra di via del Turco.
Mario di Secondiano 1614 consigliere comunale quando si deliberò al costruzione del nuovo acquedotto. Nel 1615 e nel 1616 ne controllò i lavori. Nel 1620 sposò Faustina Fiordalisi. Nel 1621 affittò un suo cavallo con cui mastro Simone Grisolati andò a Viterbo per poter far giungere a Toscanella un grande carro con i buoi, per il trasporto della tazza della fontana di Poggio, dalla cava di nenfro della Pietrara. Nel 1626 stette tre giorni a Viterbo  per seguire le perizie che Livio Salvati fece ai lavori delle fontane 1644 consigliere comunale. Aveva una casa che affittava nella via delle monache.
Artemisia di Marcantonio del 1624, nel 1647 sposò a Corneto Antonio Camilli, e da vedova nel 1676 Agostino Agostini da Canino.
Nel 1672 il capitano Giovanni Francesco di Marcantonio un terreno a San Savino confinante con la botte del nuovo acquedotto in San Savino. Nel 1691  essendo un padrone di masseria, prese in affitto, con altri, i pascoli delle erbe d’inverno delle bandite comunali.
Nel 1728 si celebrarono le messe nell’altare del Crocifisso della cattedrale di San Giacomo Apostolo Maggiore in suffragio delle anime di Don Camillo fu Emilio e di Marco Antonio fu Secondiano. Don Pasquale di Giovanni Camillo, prima minore conventuale, poi  dal 1756 parroco di San Marco e di San Silvestro.
Il 28 dicembre 1761 fu letta nel consiglio comunale, di parola in parola, la proposta concernente l’istanza fatta da Don Pasquale. Il consultore Giuseppe Ricci disse che la domanda era una cosa giusta poiché il Comune non ne pativa alcun detrimento e poteva recare molto giovamento al Luogo Pio dove voleva condurre l’acqua. Gli fu concesso di cambiare la fistola dell’acqua goduta nella casa di San Pellegrino, di spettanza delle due chiese parrocchiali, e fu obbligato a sue spese di far giungere la fistola e tutt’altro che occorreva per maggior comodo della casa, della Cura e dell’orto. Nel 1810 Don Pasquale  faceva parte dell’Accademia letteraria tuscanese.

Don Marcantonio di Fabrizio era un canonico nel Capitolo della cattedrale di San Giacomo Maggiore apostolo. Abitava nel suo palazzo con altri tre parenti. Nel 1799 nella mandra  comunale di 20 ettari della tenuta di Pantalla fece piantare ad Angelo Antonio Carpente ed ai suoi compagni, di Arischia nella diocesi aquilana,100 piante di olivo e 32 alberi da frutto diversi. Questa mandra fu poi ereditata dai nipoti Giuseppe e Fabrizio Turriozzi, figli di sua sorella Anna Lavinia. Fabrizio divenne cardinale. Era proprietario anche di un altro terreno seminativo di 24 rubbi , 44 ettari, a Campo Villano. Nel 1810 faceva parte dell’Accademia letteraria tuscanese. Morì nel mese di novembre. Girolamo di Fabrizio, passionista, nel 1766 aveva un terreno vicino alla botte dell’acquedotto di San Savino.
Nel 1771 Giovanni Pietro di Giovanni Camillo prese in affitto la mandra di 20 rubbi, 37 ettari, a Pantalla, che era stata lasciata, per la cessazione del contratto di affitto dei terreni, dal Doganiere Gaetano Salvi, nel 1782  Angelo Altieri, preside della provincia del Patrimonio di San Pietro in Tuscia, a tenore dell’istanza fatta dalla Comunità di Tuscania, lo elesse e deputò come Capitano della Fiera in relazione alle cause civili e criminali, eccettuate le pene capitali ed altre pene gravi.
Nel 1796 fu uno degli assegnatari delle mandre di 20 rubbi del Comune; nel 1797 insieme al conte Fani Ciotti elaborò un piano sul sistema daadottarsi per il comodo della legna per i cittadini, nel mese di agosto del 1799  e fino al gennaio del 1800, in occasione del ritorno di Toscanella allo stato pontificio, dopo l’occupazione francese, fu nominato Commissario di giustizia provvisorio di Toscanella, in via eccezionale, dal Governatore di Viterbo e Presidente della Provincia Giovanni Battista Bussi. Era una persona molto stimata.
Nel 1807 prese in affitto il taglio stagionale del bosco comunale per la legna ed il carbone. Nel 1811 era nell’elenco relativo al riparto della contribuzione ordinaria tra i contribuenti.
Don Camillo  di Giovanni  Camillo nel 1797 fu il rettore della parrocchia di San Marco e di San Silvestro e nel 1810, non avendo giurato per il governo occupante francese, come refrattario, fu deportato insieme ad altri sacerdoti  a Parma fino al 1814. Poi tornò a Tuscania.
Nel 1809 risiedevano nel palazzo, in piazza Indipendenza, Francesco Giannotti ed altri quattro familiari. L’immobile fu acquistato, nel corso del 1800, dal Comune  e divenne sede delle scuole elementari femminili organizzate dalle Maestre Pie di Santa Rosa Venerini.
Dopo la seconda guerra mondiale fu suddiviso in piccoli appartamenti per gli sfollati, poi sede dell’Istituto Professionale di Stato per l’industria e l’artigianato.
Oggi è la sede dell’Accademia delle Arti con i dipartimenti di Canto e Teatro Lirico, Archi, Fiati, Pianoforte e tastiere storiche, Strumenti a pizzico, Prassi esecutiva e strumenti storici.
Dalla formazione si passa poi al palcoscenico e la musica diventa opportunità, crescita e comunità!

 

FONTI E BIBLIOGRAFIA

GIUSEPPE GIONTELLA    Codice diplomatico tuscanese  (secolo XV)
GIUSEPPE GIONTELLA   Codice diplomatico tuscanese (secolo XVI)
ASCOT   Archivio storico comunale di Tuscania
GIUSEPPE CERASA   L’agro tuscaniese e i diritti civici   i pascoli
ROMUALDO LUZI    I diletti delle muse Antonio Ongaro poeta perfacetus ac dulcis
ANTONIO BARBACCI   Relazione dello stato antico e moderno della città e chiesa di Toscanella
GIUSEPPE GIONTELLA    Le pergamene dell’archivio capitolare di Tuscania
FRANCESCO GIANNOTTI   Storia di Tuscania scritta nel secolo XVI
PIERO LANZETTA   Appunti su stemmi, famiglie e palazzi di Toscanella (Tuscania) e dintorni
ASV   Archivio di Stato di Viterbo
GIUSEPPE GIONTELLA   L’Ordine dei Minori Conventuali di S, Francesco a Tuscania
GIUSEPPE CERASA   Gli acquedotti e le fontane di Tuscania
GIUSEPPE GIONTELLA   Cronotassi dei vescovi della diocesi di Tuscania

 

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